Tela va a scuola

Tela ha sette anni. E’ una bambina Rom. Vive a Calarasi, la cittadina della Romania tra Bucharest e Costanza dove gli zingari fanno ritorno dall’Italia, dalla Spagna, dai paesi dove si recano sospinti dalla loro tradizione e cultura nomade.

Tela però non va all’estero, vive a Calarasi con la nonna, i fratelli e quando ci sono i suoi genitori. L’ho conosciuta per le strade, è uno di quegli angeli inviati a sorridere ai passanti mentre ti tende la mano. Nessuno sa di questo suo incarico, anche la famiglia penserà che Tela va di giorno a chiedere l’elemosina, come fanno altri bambini, davanti ai supermercati o ai magazzini alimentari. Ma non è solo così. Perchè Tela ha avuto in dono la dolcezza di dare. 

Ho visto tanti di questi bambini portatori di un pensiero amabile far capolino tra i crocchi di ragazzini Rom. Sono invisibili ai più, ma hanno un tratto inequivocabile. Piegano la testa a ovest con la leggerezza delle ali di una farfalla e poi arrivati al punto da cui discendono le belle e pure cose, sorridono. Di grazia.

Sono una specie di cappuccetti rossi, perchè spesso hanno i volti nascosti dentro i cappucci tirati delle felpe e se ne vanno con la mani spinte nella tasche per le strade. Sembrano vivere per un terzo nel mondo magico delle realtà impalpabili, bianche, in cui la materia si rarefà e diventa come una nebbia che inebria il pensiero rendendolo di peso specifico diverso da quello del visibile.

Tela ha il volto allungato col mento che finisce come un punto, una bocca deliziosa, il nasino perfetto e capriccioso, un neo in mezzo alla fronte che la rende già bella come una donna orientale e i capelli lunghi intrecciati di polvere di vita.

Forse è stata la prima “anima” che ho conosciuto a Calarasi, che il buon Dio deve avermi mandato. L’ho incontrata a porgermi il saluto di benvenuta, invitandomi ad entrare in quel territorio inesplorato di conoscenze di un popolo in cui mi sarei incamminata anche io silenziosa, invisibile, inviata a  leggere ataviche cose e un nuovo linguaggio. E poichè il compito era tutt’altra che esplicito, Tela mi ha sorriso e da lì è cominciato il mio viaggio. Io la guardo e Tela pare dica “vieni”, ma non muove nè la bocca nè la mano anche se io vedo le sue onde.  

E’ venuta spesso la mattina a bussare alla mia porta. Sempre con lo stesso sorriso e con la sua richiesta: un biscottino, una carezza per porgermi l’invito ad andare nelle strade inaccessibili dei segreti nomadi. Ho pensato alcune volte guardandola di volerla adottare, poi mi sono subito pentita di questo pensiero poichè Tela ha la sua famiglia. Ma con quella bambina al fianco mi sono sentita sicura e capace. E quando penso questo Tela mi guarda, come se le stessi parlando, mi stringe le mani strusciandole e mi si tuffa addosso, abbracciandomi. Sento il suo bene in tutte le sue frequenze.

Poi ci sono le cose reali. Da tempo mi occupo di portare tra i Rom la cultura del lavoro e dell’educazione, pertanto sollecito madri e famiglie a far studiare i bambini. “Tu diventerai…dottoressa – dico per stimolare le ambizioni -. E tu pilota d’aereo”. Stamane Tela è venuta a bussare di nuovo alla mia porta per farmi vedere cosa aveva sulle spalle: lo zaino della scuola. “Vai a scuola Tela?”, ho esclamato con gioioso entusiasmo ed è stata una sferzata di energia, di positività, come se fosse entrato nel mio cuore un raggio di sole.

Madonna difende i Rom. Perchè è stata fischiata

La regina del pop nel suo concerto a Bucarest, il 26 agosto, davanti a un pubblico di 60 mila persone ha difeso la causa dei Rom facendo questa dichiarazione: ”So che in Romania e in tutta l’Europa dell’Est c’è un diffuso risentimento verso i Rom. Noi non crediamo nella discriminazione. Noi crediamo nella libertà e nei diritti uguali per tutti”. Nonostante Madonna avesse scelto di ospitare sul palco ballerini e musicisti di etnia Rom, il pubblico non ha gradito la dichiarazione della cantante e dagli applausi è passato ai fischi e agli insulti.

E’ un episodio che merita di essere discusso. E lo farò sulla base delle mie conoscenze ed esperienze  di lavoro solidale tra i giovani nomadi che seguo da oltre un anno in Italia e in Romania, anticipando che la mia analisi non vuole essere nè una denuncia nè una difesa tout court.

Il fatto che una cantante di fama mondiale come Madonna abbia scelto di ospitare nel suo concerto professionisti di etnia Rom dimostra che la questione di questo popolo ha raggiunto un livello di conoscenza globale. I nomadi di origine zigana non sono più un spaccato di umanità negletta e nascosta, dimenticata e rifiutata, ma la loro emancipazione è all’attenzione delle società sviluppate. C’è di più. Madonna non ha solo perorato una causa. La pop star ha mostrato il talento di  alcuni di loro accogliendoli nel suo spettacolo come ballerini e musicisti, attività in cui molti si segnalano essendo predisposti alla musica e alla danza.

Tuttavia il pubblico, 60 mila per lo più romeni e giovani, non ha gradito il pronunciamento a favore e ha reagito con fischi e insulti. Madonna avrà certamente messo nel conto una simile reazione, ma l’accaduto indica le difficoltà in cui si muovono coloro che difendono i Rom. E se questo è successo a Madonna, immaginate cosa accade a tanti anonimi operatori spontanei o organizzati.

Per me le difficoltà sono nel conto. Anche io quando ho iniziato la mia attività di sostegno ho avuto un “coro” di fischi e rigetto. Molti mi hanno messa da parte, tantissimi mi hanno contestato, quasi tutti mi hanno ammonito che i miei sforzi sarebbero stati inutili perchè “i Rom non cambiano”.

Cosa mi ha convinta a fare questo percorso tra gente così pesantemente negata? L’intuizione di una ricchezza morale e umana inesplorata, intatta, antica, grande. 

Intanto diciamo chi sono i Rom, che al loro interno si dividono in gruppi etnici diversi. Essi sono un popolo proveniente dalle antiche Indie, “figlio” dei re del deserto. Questo spiega la natura nobile e affascinante dei loro caratteri somatici. Sotto alla polvere e spesso all’indigenza ci sono volti e lineamenti di una bellezza rara, di una intensità magnetica e di un singolarità evidente. Frequentando i Rom tutti i giorni, come sto facendo ora che vivo tra loro essendomi trasferita in Romania, ho potuto constatare la delicatezza dei movimenti, l’eleganza che essi assumono nelle posizioni, la particolarità di alcuni gesti che rivelano ai miei occhi l’ereditarietà regale di cui parlavo.

Ma questo popolo non ha avuto mai patria nè dimora, cosicchè non ha potuto formarsi a una civiltà stabile. Essi sono stati camminatori in transito con mezzi animali, tende e accampamenti nelle civiltà altrui. E in Romania in particolar modo, risalendo dalla Turchia e acquisendo la nazionalità romena per presenza ma non per appartenenza, anche se oggi sono più stanziali e si spostano per lo più in Italia e in Spagna.  Però non integrandosi mai del tutto, ma sviluppando una cultura, una trasmissione delle idee e della parola circoscritta  in un anello di fede.

Cosa vuol dire la fede Rom? Non è solo una questione religiosa, anche se i Rom sono spiritualmente osservanti nelle religioni che praticano e fortemente legati a tradizioni e regole. Tuttavia essi hanno una concezione della vita inserita in un condice di valori a cui sono legati da stretta osservanza. Nè divieti, nè imposizioni. Un credo forte, puro, vitale. Io stessa da quando vivo con i Rom sono nutrita di queste essenze spirituali che danno energia, coraggio, entusiasmo alla mia esistenza. Per cui ricevo più di quanto possa dare e mi sento protetta, amata e fortificata. Questo sentimento non viaggia solo nelle parole o negli atti, soprattutto negli sguardi. Il codice degli sguardi Rom è un alfabeto antico come la natura.

I valori morali dei Rom vi lasceranno increduli. Essi non rubano, essi non praticano violenza, essi non commettono atti impuri. Questa è l’educazione e la legge Rom. E’ ovvio che vi è chi questa legge infrange e non rispetta, ma vi assicuro che oltre a essere una minoranza sono individui aggirati da troppe difficoltà per stare al riparo dal rischio dell’errore o del reato.

Qual è allora il lato negativo dei Rom? E che cosa produce reazioni come quella del pubblico romeno?

Direi intanto che il vivere ai margini della civiltà, spesso in luoghi insalubri e con modalità tanto misere, segnala ai nostri occhi questo popolo come inferiore. Quando li vediamo rovistare nei cassonetti, mendicare o vivere di espedienti non pensiamo al bisogno ma all’ostinazione con cui essi praticano queste modalità. E’ vero. I Rom non si concepiscono come lavoratori, cittadini e invidui sociali. Essi insistentemente ripetono che “non possono lavorare” e questa negazione è diventata un cerchio di fuoco, poichè le condizioni di indigenza impediscono la ricerca del lavoro e il non avere un lavoro destina ad emarginazione. Ma i Rom non sentono questo come un discrimine da forzare a tutti i costi. Essi vivono la loro condizione  come ruolo e destino e stanno in equilibrio tra bene e male con regole ferree e valori propri sviluppando modelli sociali ricchi di imperitura naturalità e antichi saperi. Essi nutrono segreti e misteri, una medicina e una cultura domestica, una morale e una organizzazione familiare unica. E un mondo di emozioni che mi ha  conquistata, pur conservando le mie peculiarità e la mia identità.

Nella società di oggi, frettolosa, superficiale e aggravata da problematiche di sostenibilità economica ed ecologica, non c’è tempo per  i Rom. Questo lo capisco. E io stessa sto lavorando per integrare la loro vita nella nostra civiltà, affiancando soprattutto i giovani nella costruzione di comportamenti morali, sociali e professionali tali per cui essi possano incontrare meno discriminazione e più riconoscimento. Sto lavorando per rimuovere pigrizia, sfiducia e indolenza. Sto cercando di spezzare l’anello di fuoco in cui moltissimi sono circoscritti per dare loro la conoscenza delle leggi vigenti delle società in cui si trovano, stimolare il rispetto e l’indirizzo. Sto tentando una integrazione di modelli e saperi con risultati sorprendenti.  Sto cercando in particolare di strappare al dolore e alla sofferenza che derivano da comportamenti estremi  i bambini e sento questo come un dovere al di sopra di tutto. 

Moltissime delle persone a cui presento i miei amici Rom, i ragazzi che seguo, le famiglie con cui mi relaziono, i gruppi che conosco, superano subito i pregiudizi e gradualmente si avvicinano a questa fonte nuova di umanità, troppo spesso raccontata sui giornali solo per casi estremi e non attraverso il cuore di migliaia di uomini, donne e bambini speciali. 

Detto ciò riconosco che anche i Rom devono fare di più per essi stessi, con perseveranza e fiducia, rompendo gli argini del proprio circuito esclusivo per espandersi tra la gente e integrarsi con essa. Mantenendo la loro missione: il popolo degli sguardi.

Guarda il video del concerto di Madonna

Madonna in concerto

Madonna in concerto

Al mercato dei Rom per capire la grazia

Sono appena tornata dal mercato domenicale di Calarasi, la cittadina della Romania dove vivo.  Il mercato è una piccolissima Porta Portese: un rettangolo di prato dove gli espositori mostrano la loro merce. Sono soprattutto Rom, zingari, perchè Calarasi è una delle città in cui essi si sono insediati. 

All’entrata del mercato ci sono i venditori di animali: maiali, tacchini, ma anche colombe e conigli sistemati nei portabagli delle vetture oppure liberi. Un uomo si appresta con la sua capretta bianca tenuta a una cordicella. La capretta  procede saltellando che pare un cagnolino al guinzaglio. Ci sono maialini rosa addormentati. Il tacchino è fermo impietrito sotto il sole già cocente. L’aria è profumata di odore di “mici”, le speciali salsicce romene che arrostiscono sulle griglie coi polli aromatizzati.

Il mercato è un filare di oggetti disposti a terra. All’entrata ci sono i generi alimentari. Patate bianche, sporche ancora di terra, pronte al consumo generoso che se ne fa nella cucina romena, in particolare in quella Rom, cucinate con lo stufato di carne. Poi ci sono i pomodori, i “rosi”, i peperoni gialli da fare ripieni di carne e riso, i cetrioli gustosi che abbondano in piccole montagne di verde lussorioso. Ci sono i sacchi di granturco per gli animali da cortile e i semi per il bestiame. Le donne pesano sulle bilance la merce e ripetono il prezzo ad altrettanti semplici contadini e famiglie zigane.  

E’ uno scambio tra umili e mi colpisce il passaggio delle mani. Sono mani di gente che non conosce la società del profitto, la modernità e lo sviluppo. Anzi da essi è fagocitata senza neppure rendersene conto. Perchè la globalizzazione, che pure è un processo irreversibile, ha cancellato a volo d’uccello le piccole dimensioni rurali e i focolai domestici di queste comunità contadine. La gente vende la terra, la casa, le attività agricole per spostarsi negli appartamenti delle città. Gli zingari resistono coi loro carri trainati dai cavalli da lavoro nei villaggi dove mancano ancora luce ed acqua per tutti. Essi sono limitrofi al progresso industriale e digitale seppure non mancano di ostentare grandi parabole sui tetti di lamiera ricamata dalle loro mani operose. Il  nomadismo non li ha mai inclusi nelle leggi e  costumi nazionali. I nomadi sono il vento e l’aria del mondo, liberi e transitanti, estranei ai governi ma interiori nei paesi che li ospitano. Sono l’anima della terra e, nonostante il peso schiacciante del nostro giudizio, essi sventolano il drappo del lato umano del vivere moderno.

Un tempo i Rom risalivano dall’India, passando per la Turchia, e con loro portavano il carico prezioso di merce e saperi iscritti in un profondo ancora inesplorato. Oggi patiscono nel trovare una nuova dimensione schiacciati tra Internet e le nuove comunicazioni, che hanno reso le loro  informazioni un linguaggio misterioso e una ricchezza  per lo più indecifrabile.

Circolano sui Rom troppe leggende. Una di queste dice che sono inclini all’appropriazione indebita. Chi pensa questo dovrebbe essere oggi al mercato di Calarasi per scrutare, come i miei occhi ansiosi, tra gli oggetti in esposizione e recitare un rosario di perdono.   Non c’è un solo oggetto tra quelli messi in vendita che possa essere stato sottratto con l’inganno e l’infamia. Forse ci sarà pure qualche rom che lo fa, ma io non li ha mai incontrati, per cui resto della mia opinione sulla verità  deformata per caricare sulle spalle di questo sconosciuto popolo le colpe e i reati delle avidità contemporanee.   

Gli oggetti esposti con la semplicità delle povere cose  dimostrano la pazienza, l’umiltà e  la sofferenza dei Rom. Perchè sono le cose trovate, pulite, alcune tirate a lucido, recuperate all’esistenza materiale. Ci sono i bulloni e le viti che scintillano gaie sotto il sole di luglio, pezzi meccanici pronti a rombare come i tromboni delle bande paesane, cose piccolissime, minute, infinitesimali, ferro cercato, trovato e lavorato per essere venduto per un pugno di ron, la moneta locale. Mi impressiona come la fervente attività di ricerca dei Rom, che anche io ho troppe volte deplorato, dia luogo a questo carnevale di cose che danzano sulle note vibranti e struggenti delle  “manele”.

Gli zingari hanno il colore dell’amore, che si diffonde come un velo di misericordia sulla terra sempre più arida per avvolgere la gente stanca e sfiduciata, oppure quella avida e indifferente, della lievità delle carezze degli angeli.

Le donne che vendono gli abiti usati hanno lo sguardo languido e gli indumenti sono come gemme  selezionate tra ciò che gettiamo. Ma lo sguardo religioso e soffice può all’improvviso incresparsi così come  gli occhi degli uomini lanciano segnali di buio.  Non è cattiveria. E’ rigore. Perchè i Rom conoscono il limite del bene e del male, vivono schierati su questo crinale.  Per noi, per aiutarci a non sbagliare. Provate a guardarli veramente dentro lo sguardo oltre i pregiudizi: essi vi rimproverano le vostre colpe e vi ricordano i vostri doveri. La carità è il dono che ci fanno di piegarci alla generosità verso il prossimo. Non siamo noi che abbiamo timore di loro, sono gli zingari che ci temono. E  quando chiedono, quando insistentemente ci esortano a rivolgere la vita verso la solidarietà e la partecipazione, soltanto dopo averci catturato nella parte buona del nostro animo essi addolciscono lo sguardo, che diventa lieve, prudente e pare dica al nostro cuore solitario “io ti proteggo”. Allora possiamo capire cosa è la  grazia.

Italiani in Romania e romeni in Italia, due popoli e una speranza

romeniGli italiani in Romania sono  3.200 ma le presenze non stabili sono piu’ alte. Oltre 30 mila sono imprenditori italiani che operano sul territorio, solo a Timisora sono 10 mila. I romeni in Italia sono passati invece da 8 mila nel 1990 a 1 milione. Ma il rapporto tra italiani e romeni non sono solo dati statistici ma una storia antica che si rinnova in un presente fatto di luci e ombre, di felici realta’ e problemi piu’ complessi.

Di questo si e’ parlato all’Istituto Italiano di  Cultura di Bucarest.”Italiani in Romania e Romeni in Italia promozione della persona e integrazione sociale” e’ stato  il titolo dell’incontro in occasione della presentazione dei dossier Cei Conferenza Episcopale Italiana- Fondazione Migrantes e Caritas Italiana sugli italiani nel mondo e l’immigrazione dei Romeni in Italia.

L’ incontro e’ stato aperto dal saluto dell’ambasciatore d’Italia a Bucarest Mario Cospito e introdotto dal Prof. Alberto Castaldini (direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest) e da Don Graziano Colombo (Rettore della Chiesa Italiana di Bucarest). I dati e gli argomenti sono stati illustrati da Don Michele Morando (Direttore della Pastorale per gli Italiani nel mondo – CEI Conferenza Episcopale Italiana – Fondazione Migrantes), Don Pierangelo Ondei (Rettore del Seminario Orionino di Iasi), Dott. Antonio Ricci (Caritas Italiana). E un intervento di Padre Alexandru Cobzaru, direttore della Caritas di Bucarest.

“Italia e Romania sono legate da un rapporto antico fondato sulle comuni radici latine”,  ha ricordato l’ambasciatore italiano Mario Cospito. “Un legame che presenta non solo punti di forza ma anche di debolezza”.L’ambasciatore ha sottolineato l’importanza delle presenza italiana e delle imprese italiane e anche delle Ong e delle associazioni cattoliche che operano  contro le sacche di poverta’. “Gli italiani dopo la seconda guerra mondiale hanno trovato in molti Paesi europei porte aperte e solidarieta’, la stessa cosa che si aspettano da noi i romeni. Ed ho piacere di dire questo alla vigilia della festa della Repubblica del 2 giugno”.

Di nuova emigrazione e della necessita’ di spronare le due nazioni ad incontrarsi favorendo la creazioni di ambienti ospitali ha parlato Padre Graziano Colombo introducendo i relatori mentre il professor Alberto Castaldini, direttore dell’Istituto Italiano di Cultara che ha ospitato l’evento, ha citato i pronuciamenti di Giovanni Paolo II e di Paolo VI per indicare come  “lo sviluppo non debba essere solo economia ma crescita dell’uomo  nella direzione della verita’, capacita di relazione e speranza”.

Entrando nello specifico della ricerca Antonio Ricci della Caritas ha illustrato i dati statistici sul fenomeno dell’emigrazione dei romeni i Italia e sugli italiani presenti in Romania, ricordando che da vent’anni Caritas e Migrantes collaborano per una conoscenza corretta e oggettiva dei fenomeni migratori. Anche per superare errori ricorrenti, come e’ stato spiegato.

”Sono 4 milioni i migranti che giungono in Italia da tutte le parti del mondo – ha spiegato Ricci -. Cio’ costituisce la base del sentimento di fratellanza e comunione, che e’ scambio anche umano e non solo puro utilitarismo in relazione ai bisogni di forza lavoro. Insomma non arrivano solo braccia ma persone”.

Ci sono poi le curiosita’. La Romania, che porta in Italia 1 milione di cittadini su 20 milioni di abitanti, dimostra di essere un bacino forte di forza lavoro. I romeni che giungono nel nostro Paese hanno varie mansioni, molti sono lavoratori edili e ad essi va riconosciuto il merito di aver reso possibili le Olimpiadi invernali di Torino, che senza le braccia dei romeni non si sarebbero fatte.

Su 1 milione di romeni presenti in Italia in modo stanziale solo il 10% e’ in cerca di lavoro. E alla domanda su cose sia piu’ importante conseguire la maggioranza ha risposto ” lavoro e integrazione”. Anche i dati sulla criminalità non sono così drastici come invece spesso appare sui giornali. Per le rapine in banca si segnalano i tedeschi e alle poste gli irlandesi, anche se i dati indicano una percentuale alta di romeni nei reati contro la persona.

Certo e’ che il flusso di cittadini provenienti dalla Romania e’ aumentato passando dagli 8 mila romeni del 1990 all’attuale milione di cittadini che hanno prodotto l’1,2 del Pil italiano. “Senza di loro avremmo sentito la crisi con due anni di anticipo”, ha detto Ricci.

Piu’ articolato e’ il rapporto sugli Italiani nel mondo  2008 della Fondazione Migrantes . Un fenomeno che assume connotati diversi rispetto alle migrazioni dopo l’Unita’ d’Italia. Sono 3 milioni e 734 mila gli italiani ufficialmente all’estero e 2 milioni sono giovani, i quali guardano al futuro nel Paese che li ha accolti. E’ in aumento anche l’emigrazione d’elite che riguarda dirigenti d’azienda, esperti di marketing e giovani laureandi in cerca di esperienza.

Ma qual e’ il valore della solidarieta’ cristiana nella migrazione? Don Michele Morando, direttore della Pastorale per gli italiani nel Mondo, ha spiegato che i modelli di accoglienza dei migranti sono una occasione di crescita spirituale e umana. E ha citato San Paolo che invitava a rispondere a chiunque. ” Per i credenti accogliere i migranti e’ essere chiamati a un destino piu’ alto, a seguire la strada dei valori dell’amore, giustizia e dignita’, ha detto Morando. “Oltretutto pensando che anche gli italiani sono un popolo nel mondo visto che hanno raggiunto 60 milioni gli oriundi, ossia coloro che hanno origini italiane”.

Una risposta indiretta al governo che segue la linea di leggi rigide. “Il rischio e’ che il pacchetto sicurezza ostacoli l’integrazione e dobbiamo pensare che senza 800 mila badanti romene i nostri anziani sarebbero piu’ soli e senza assistenza”, ha concluso il direttore della Pastorale sui migranti.

La carita’ e’ un dono per chi la fa, aveva ricordato il Papa nella sua encliclica Dues est caritas. E Don Pierangelo Ondei, rettore del seminario Orionino di Iasi in Romania, ha tratteggiato i profili di questa virtu’ ricordando episodi della vita di Don Orione, uno dei cinque santi inclusi dal Papa Benededetto XVI tra i santi della carita’. “Per Don Orione carita’ ed educazione erano la stessa cosa e per questo si dedicava alla formazione dei poveri fondando scuole. E di lui narra in  un bel capitolo Ignazio Silone che lo incontro’ durante la visita del Re a Napoli e lo vide infilarsi tra il corteo delle auto regali per caricare bambini bisognosi di cure. Fermato dalle guardie Don Orione riusci’ a farsi notare del Re al quale spiego’:”Devo portare questi bambini a Roma”. Silone lo definisce “uno strano prete” e il dono della carita’ e dell’amore in lui si fa concreto. “Un santo col cuore senza confini, ha detto di lui Don Ondei, e di fatti spese una parte della sua vita in Argentina dove ancora oggi riposa il suo cuore.
Don Orione e’ universalmente conosciuto come un santo della carita’ - spiega il Padre - . Ma come si concilia questo con il suo grande interesse per l’educazione dei giovani? Non e’ da ritenere forse un santo della formazione? La risposta e’ che per D. Orione anche la formazione e’ un’attivita’ caritativa, un grande impegno di amore. Si tratta di offrire ai giovani i valori che danno senso alla vita.
Come santo della carita’ e’ stato sempre in prima linea. Come ai terremoti di Messina e Reggio del 1908 e a quello della Marsica, in Abruzzo. E’ qui che Ignazio Silone, giovane terremotato quindicenne, lo incontra per la prima volta e ne rimane affascinato. In occasione della visita del Re Vittorio Emanuele III egli assiste all’episodio che ho descritto e ne rimane incantato.
Ma venedo piu’ specificamente al tema del suo operato tra gli emigrati italiani del Brasile e dell’ Argentina, egli si interessa di loro non solo perche’ sono “italiani”, ma perche’ sono in stato di difficolta’, di bisogno. Vivono l’esperienza della poverta: hanno perso patria, amici, familiari. sicurezza, ecc.  E’  per rispondere a  questa situazione di indigenza che Don Orione apre per loro scuole, Centri di incontro e collocamento per lavoratori, chiese. La sua opera risponde a due criteri fondamentali: da una parte quello di conservare  l’identita’ italiana, piena di valori civili e religiosi: dall’altra parte  e quello della necessaria integrazione nei paesi in cui sono accolti. Questo duplice obiettivo di conservare l’identita’ e promuovere l’integrazione ha dato esiti fecondi. Le radici della italianita’, piantate nei terreni argentini e brasiliani hanno prodotto frutti eccellenti.
In questo senso l’opera di Don Orione tra gli emigranti puo’ essere ancora oggi modello di ispirazione per le nuove situazioni migratorie di massa, come quella attuale romena in Italia”.

Italiani all’estero tra occasione e speranza. Se la storia della nostra migrazione e’ diventata anche un storia di opportunita’ e di fortune lo si deve all’accoglienza dei Paesi che si sono fatti carico di studiare misure di integrazione. Ma resta anche il dolore delle emarginazioni e della lontananza. Padre  Alexandru Cobzaru della Caritas di Bucarest ha ricordato come anche lui giunto in Italia nel 1988, perso il treno, vi rimase per studiare e fu accolto da una comunita’ di vicentini che ancora oggi gli e’ vicina. “Dobbiamo sempre ricordare che il migrante e’ come un albero che soffre per essere stato spostato. Ci sono poi i violenti, coloro che si macchiano di colpe. Il senso cristiano dell’integrazione prevede anche per essi uno sguardo diverso”. Padre Alexandru  Cobzaru ha ricordato la leggenda di Gesu’ che di fronte a un cane morto, mentre gli apostoli lo scansavano inorriditi, disse loro “eppure guardate c’e’anche in lui qualcosa di buono” indicando la bella dentatura bianca. La fede  in  Dio ci insegna che guardando con amore si piega il male.

Giovane romeno senza vita davanti al Policlinico di Bari

Una notizia inquietante. Non sappiamo come i giovani romeni muoiono in Italia abbandonati davanti agli ospedali. E’ successo oggi.

Si chiamava Marius Codreanu e aveva 27 anni il rumeno abbandonato senza vita davanti al Policlinico di Bari. L’uomo, che viveva nel campo nomadi del rione Japigia, aveva precedenti per reati contro il patrimonio. Sul suo corpo non sono stati trovati segni evidenti di violenza, se non una escoriazione al mento.

Si indaga per capire se sia stato ucciso o se sia morto per un incidente. Attendiamo risposte.

Razzismo e discriminazioni. Ma gli stranieri lavorino per integrarsi

romenilav Pacchetto sicurezza e accuse perfino dall’Onu. L’Italia è nel mirino degli organismi internazionali per la sue politiche sugli stranieri, in particolare Rom.

E’ in votazione il  decreto sulla sicurezza che il governo ha ritenuto necessario per assicurare cittadini italiani e stranieri. Ma, oltre alle ronde di privati, due norme fanno discutere.  Una riguarda il divieto di registrazione dei neonati figli di immigrati clandestini. La seconda l’obbligo per i medici di denunciare il clandestino che chiede di essere curato.

Su queste due misure l’opposizione è contro ma anche un gruppo di parlamentari della maggioranza ha firmato una lettera di dissenso. E il premier, Silvio Berlusconi, ha attenuato le sue posizioni sostenendo che il decreto è troppo incline alle richieste della Lega.

Il centrosinistra ne fa ovviamente un’arma politica, anche se Piero Fassino ha spiegato che i motivi sono del tutto umanitari e civili. “ Lottare contro la clandestinità e contro i trafficanti di migranti è giusto, ma quelle due norme non servono in alcun modo a ridurre il numero dei clandestini”, ha scritto nel suo blog il leader del Pd. 

Il problema degli stranieri in Italia è una grave piaga, siano essi immigrati clandestini o semplici lavoratori che in tempi di globalizzazione ed Europa unita si muovono  in cerca di fortuna, lavoro e anche scambio.  La condizione dei migranti è ai limiti del disumano, come ha richiamato  anche l’Agenzia per il lavoro dell’Onu, che in un documento in tre pagine ha stigmatizzato che ”l’Italia discrimina i lavoratori immigrati, soprattutto i Rom, con forme di intolleranza, razzismo e xenofobia”.  E ha indicato quali responsabili i politici italiani “rei di usare una retorica aggressiva e discriminatoria nell’associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di ostilità e antagonismo nell’opinione pubblica”.

Il documento dell’Onu è stato inviato al ministro degli Esteri, ma Frattini respinge le accuse come “false”.  L’ Agenzia del lavoro dell’Onu ha già fissato un’audizione per giugno in cui l’Italia dovrà documentare cosa fa per gli stranieri più esposti.

Certamente nel nostro Paese  è mancata  una cultura vera dell’integrazione e delle cittadinanze e, al suo posto, ha attecchito una sorta di egoismo civico e un’ arroganza nazionalista per cui molti italiani pensano che si possa vivere chiusi nei propri  confini. Senza contaminazioni, che invece stanno facendo crescere, evolvere e innovare il resto del mondo senza eludere i disagi, le difficoltà e i rischi.

Basta sentire come ragionano molti giovani rispetto a giovani di altre nazionalità, soprattutto se di livello sociale più basso e di diverso colore di pelle. Oppure come sono considerate culture, abitudini e tipicità di altri Paesi. E ancora come non viene affatto considerata l’ipotesi di immaginare il proprio futuro, anche solo per un periodo, all’estero per conoscere e ampliare interessi. Di contro abbiamo l’importazione di manodopera, di uomini e donne al servizio dei nostri bisogni. Sono legittimate le figure della badante, della colf di colore, dell’operaio a basso costo, ma non gli individui umani che assolvono a questi ruoli. Con alcune eccezioni.

Non tutta l’Italia è così spietata e chiusa. Dove non arrivano la politica e i media si realizzano più facilmente scambi umani silenziosi e affettuosi, di gente che si vuol bene, che dà e riceve, che ospita ed è ospitata, che lavora e ottiene prestazioni efficienti. Ma ciò si realizza in quelle oasi di pace dove non arrivano i partiti, gli opinionisti, le telecamere, i poteri. E questo dovrebbe interrogarci sulle cause delle difficoltà delle integrazioni sotto le luci della ribalta.

Vi è poi la violenza che si aggira come un fantasma per l’Italia.  Indubbiamente una significativa percentuale di stranieri sbarcano nel nostro Paese per la facilità con cui si può fare ciò che altrove non è dagli stessi neppure pensabile. Dormire in strada, stare senza un lavoro, pretendere cure e assistenza, vivere di una carità che ha perso i connotati del dono ed è diventata una forma di ricatto, un’arma, una richiesta livida e gelida. Forse questo è l’aspetto che più mi ha colpito. Perchè vivendo a contatto con i poveri riconosco color0 che sono tali con amore e umiltà e coloro invece che hanno professionalizzato la povertà. Essi pretendono l’aiuto e lo hanno  pianificato come forma di sussistenza per fare case, ma anche una vita per loro benestante.  Imparare un mestiere costa fatica e investimento, lavorare è un dono e un impegno, lavare i vetri o riciclare roba vecchia può rendere anche mille e cinquecento euro al mese, ma è una modalità di affrontare l’immigrazione che deve cambiare.

Ho suggerito ad alcuni extracomunitari come  rendere la loro attività  di lavavetri una forma di servizio al passaggero, così come ho sorriso a una giovane Rom che dopo aver lavato l’automobile ci disegnava sopra un bel cuore di sapone. Quel cuore, corredato da un sorriso bianco, è un servizio umano in un mondo frettoloso e sempre più sterile.

Insomma, non si può vivere sulle spalle della gente di un Paese che come altri attraversa una crisi occupazionale e deve assicurare assistenza, strade, ospedali, scuole, modernità.   L’immigrato, sia esso nomade, extracomunitario o regolare, deve pensare di rendersi intregabile se vuole essere  rispettato. Egli deve impegnarsi per trovare  ruolo e condizioni di vita dignitose per sè e accettabili per il Paese che lo ospita. Questo mi sembra importante non meno delle battaglie politiche spesso pretestuose sulla clandestinità.

La piccola Obama

Oggi sono stata al funerale di una bambina Rom di otto mesi.  Si chiamava Marica. Conosco la sua mamma e i suoi zii. Sono bisognosi ma accudiscono i figli con una dedizione totale, di cui noi non abbiamo più cognizione.  Da loro imparo, ricevo, recupero l’umanità che si è dissolta dentro un materialismo arido e programmato, senza orizzonte. Marica era la terza bimba nata “segnata”. Aveva gravi problemi respiratori, non cresceva. Quando l’ho vista nel lettino di un ospedale dell’Est ho pensato  avesse solo pochissimi mesi.  Spontaneamente mi sono affrettata per avvicinarmi a lei e alla mamma dolce nel dolore accettato,  ma mi sono sentita come frenata e spinta a voltarmi verso una bimbetta di pochi giorni che giaceva nella stanza attigua di rianimazione. Poi ho sentito una voce nella coscienza che diceva: “Lei…vai da lei, ce la può fare”. Ho guardato la bimba Rom, stretta nelle braccia della mamma che la cullava. Senza mezzi, senza aiuti, ma con un amore speciale.  La cosa che ricordo bene è il piccolo volto incorniciato dalla cuffietta, da piccola santa. L’ho sentita soffrire, tanto,  e ho pensato: “Dio, ma perchè non la porti con te?”.  Ma è stato come se una energia mi abbia chinato il capo e ho capito di dover chiedere perdono.

In questi tempi, soprattutto in Italia, siamo portati a pensare che sia bene nascano solo bambini sani e che gli infelici siano vite da prevenire alla sofferenza. Ma ho decisamente capito che sbagliamo, che non è così.  Perchè la “piccola Obama” oggi ha raccolto un mondo, quello dei Rom del suo villaggio, tanti bambini, anche piccolissimi, tutti accanto a lei, vestita nel suo ultimo viaggio di tulle bianco, con la cuffietta di pizzo, circondata di fiori delicati. Per lei sono state pronunciate parole grandi e una commozione intensa ha pervaso la comunità, unendola nelle differenze, nel pianto, nella consolazione. Fratelli, l’uno nell’altro. Uguali.

Il funerale Rom è stata una cerimonia eloquente. La bimba era visibile a tutti, esposta nella chiesa ortodossa dove c’erano soprattutto donne, le nonne, bambini e sacerdoti. La mamma e il papà non hanno partecipato al rito, non avrebbero resistito a tanta tensione. Ciascuno aveva portato del cibo: arance, candele, anche torte fatte in casa. Per il risveglio di Marica, nel regno dei giusti. Alcune donne piangevano come nelle tragedie greche intonando un canto di dolore. Avevo portato un mazzo di orchidee rosa, ma quando sono stata davanti alla ” piccola santa ” mi è venuto spontaneo portare la mano alla catenina che mi cinge il  collo, sfilare la medaglietta della madonnina che mi ha raccolta alla nascita e adagiarla sopra al cuore di Marica. La  mano mi tremava di dolorosa memoria.

Quando la cerimonia è terminata il corteo si è incamminato verso il luogo di sepoltura. La piccola bara di legno chiara, aperta al pubblico, è stata caricata su un carro. Intorno alcuni bambini e le donne più anziane. Gli altri a piedi. La Rom che guidava il gruppo ha voluto che facessimo la strada più lunga, quella che passa in mezzo alla cittadina, nella strada principale. E lei a tutti i passanti narrava a voce gridata della piccola Marica, stella di un mattino e anima eterna. La gente guardava, con rispetto composto. I bambini non piangevano, figli sereni con la gioia dei puri.  Alla fine della giornata ho chiesto perchè i partecipanti al rito passando a dare l’ultimo saluto alla piccola hanno posto accanto al corpicino ciascuno una moneta di carta. “Per dopo”, mi ha spiegato una donna anziana cercando nel mio sguardo qualcosa. Cosa penso? Che Marica è vissuta povera, ma sale in cielo ricca di amore. 

Ho fatto una correlazione che forse a taluni potrà sembrare distante.   Questa creatura “segnata” nei suoi piccoli otto mesi è riuscita a fare, secondo me, quello che nello stesso giorno e nello stesso momento Barack Obama, nero d’America diventato il primo Presidente di colore degli Stati Uniti, ha compiuto davanti al mondo. Piegarci all’amore e unirci nella fratellanza. Anche Marica era essenziale.

Due angeli Rom mi hanno augurato Buon 2009

angeliC’è una tradizione secondo la quale la prima persona estranea che si incontra il primo di gennaio segna tutto l’anno e ci indica come sarà.

Il mio primo di gennaio l’ho trascorso lontano dall’Italia, in una paesino dell’est dove c’è un grande campo Rom. Da tempo sto seguendo la questione dei nomadi e così ho deciso di passare il 31 dicembre con loro. E poichè si è fatto tardi, tra botti e specialità cucinate dalle donne, la mattina ero ancora al letto quando ho sentito bussare alla mia porta. Mezza addormentata sono andata ad aprire e quando ho aperto ho visto…due angeli. Oddio – mi sono detta – mi siete venuti a prendere?

Invece erano due bambini veri. Ma così belli che non avevo mai visto visetti tanto gentili e puri. Erano due bimbi Rom. La femminuccia avrà avuto cinque anni con i capelli biondi lunghissimi e pieni di boccoli, gli occhi verdi limpidi da cerbiatta, una cuffietta bianca e poi era vestita rosa e d’oro. In mano aveva una stella sormontata da un filo argentato scintillante. Lui, il maschietto, sembrava uscito dalle pagine del mio libricino del catechismo: i pantaloni lunghi con la piega stiratissima, le scarpe nuove di pelle nera anche se c’era la neve, la camicia bianca, la giacca e i capelli tirati con la pomata.

“Signora – mi ha detto – io stavo al campo vicino a Marconi, parlo italiano, buon anno”.

Li ho fatti entrare e li ho guardati estasiata, commossa, li ho  abbracciati e baciati. E ho detto loro: “Benedetta sia la madre che vi cura così”.

Devo dire che questo fa un po’ parte della missione che mi sono data tra i Rom per predicare due cose: acqua e lavoro. 

Forse è solo un caso, oppure una delle mamme con cui parlo mi ha creduta. E mi ha mandato i suoi angeli a darmi il buongiorno. Grazie mamma Rom, sarà un anno di cuore. 

Il natale dei poveri è la tragedia dei senza casa e lavoro

rombabyA Pisa circa 60 famiglie di Rom romeni hanno cominciato a combattere per il lavoro e la casa, le due condizioni che definiscono il vivere umano. A Parigi un gruppo di senza tetto ha occupato un albergo di lusso della città lumiére. I nomadi di Pisa invece combattono con la determinazione e le parole. Hanno cominciato a diffondere lettere aperte per descrivere  e far conoscere la loro insopportabile condizione e abbattare pregiudizi e indifferenza contro un modo di pensare che è una prigione. “I Rom non lavorano”.

Ho pubblicato la loro lettera e voglio aggiungere qualcosa in proposito. E’  di oggi la notizia che una Rom romena di 32 anni è morta a Roma nella sua baracca nella pineta di Castelfusano  col suo bimbo di tre anni perchè aveva acceso un fuoco per scaldarsi. Era arrivata a Roma da pochi giorni per passare il natale col marito. Li hanno trovati carbonizzati, la donna e il bimbo.

Come ha osservato il Papa nella messa di Natale, la povertà è una condizione che va dilagando nonostante abbiamo più mezzi e più tecnologie, più medicine e progresso. Questo deve farci riflettere. Significa che non stiamo progredendo ma che l’avidità dell’uomo e gli interessi hanno occupato tutto e stanno determinando condizioni di disagio e sofferenza.

Occorre una scossa morale, occorre selezionare la classe dirigente e portare alla guida dei Paesi solo persone con il riconoscimento della moralità. E ciò coincide con il credo e il rispetto del senso alto della vita, in qualunque cultura e religione. Occorre premiare gli uomini e le donne umili, che chinano il capo e operano per il bene del prossimo. Come esigenza sociale universale. O così o il mondo non ce la fa, ha detto il Papa. Occorre selezionare loro come fino ad ora essi hanno selezionato noi, in base ai loro interessi. Occorre acquisire una coscienza del disagio, che non riguarda più solo i poveri ma rende poveri un numero sempre più grande di individui.  

Ci sono famiglie italiane, straniere e di disagiati che combattono per il lavoro. A un terzo della società italiana mancano il lavoro e la casa. Questa modalità di procurare sofferenza ai più deboli è cattiveria umana. Lo dimostro raccontando, proprio oggi, che anche Gesù è nato in questo disagio. Sua madre e suo padre cercavano una casa, ospitalità, ma ricevettero quello che ricevono oggi allo stesso modo miliardi di persone. Porte chiuse.

Perchè? Probabilmente perchè quei poveri e disagiati sono quelli più vicini a Dio e più lontani dal potere. Ecco l’elemento che le nazioni, i governi e le istituzioni non valutano pienamente. I complici del potere abitano case di lusso, hanno lavoro facili e di facili guadagni, gli umili devono patire. E tra gli umili i nomadi, la popolazione più colpita, più esiliata, più discriminata. Essi sono rimasti al tempo di Gesù: non hanno casa, non hanno accoglienza, non hanno comprensione, non hanno umano amore. Carità e misericordia. 

Per questo gli zingari sono secondo me  ”sacri”, il popolo di Dio. Perchè essi come Gesù sono costretti a stare nelle capanne e a scaldarsi…magari scegliessero il bue e l’asinello. Non morirebbero.

Ecco la lettera dei Rom di Pisa. Vivo questo Natale con il pensiero della mamma e del suo bimbo di tre anni morti nella baracca di Castelfusano a Roma, alle porte della scintillante città Eterna come una madonna e il suo bambino di dolore e pena dimenticati.  Ma la sofferenza dei poveri sarà la colpa dei ricchi.  I poveri devono alzare la testa.

Denuncia, i Rom romeni dei Campi di Pisa: “Vogliamo lavorare”

rom211Pubblico questa lettera aperta dei Rom romeni dei Campi di Pisa perchè dimostra la difficoltà che viene posta ai nomadi anche quando hanno volontà di integrarsi. E le condizioni di assoluta indifferenze delle autorità italiane verso una popolazione fortemente discriminata.

Siamo dei Rom rumeni, siamo circa 60 famiglie. Viviamo nella citt’  di Pisa, nelle baracche in condizioni non buone, senza acqua e senza luce.
Noi non vogliamo vivere nelle baracche. Siamo costretti a vivere nelle baracche perchè non ci è data  la possibilità  di prendere una casa: il Comune non ha interesse ad aiutarci a trovare una casa. Non possiamo mandare a scuola i bimbi perchè  non abbiamo le condizioni igienico-sanitarie. Alcuni bimbi vanno a scuola, ma spesso le scuola rifiutano di iscrivere i nostri figli.

Facciamo lavori che gli italiani non vogliono fare, in condizioni peggiori. Alcuni di noi lavorano con contratto regolare, altri al nero, altri sono in cerca. Alcune persone hanno fatto dei corsi di specializzazione, anche se vivono in queste condizioni. E’  difficile trovare lavoro perchè  molti datori di lavoro chiedono la residenza all’anagrafe. Anche se viviamo a Pisa da tanti anni, anche se lavoriamo, anche se i nostri figli vanno a scuola, il Comune non ci da la la residenza perchè  viviamo nelle baracche.

Noi siamo persone che vogliamo integrarci, siamo persone intelligenti, con cultura, con tradizioni.

Il Sindaco di Pisa ha firmato una ordinanza per sgomberare i campi, senza soluzione, in stagione di inverno. Noi non possiamo lasciare la città  di Pisa, abbiamo lavoro, paghiamo i contributi, abbiamo anche alcuni figli malati. Ordinare uno sgombero in queste condizioni è inumano.

Il Sindaco dice che non ha la possibilità  di aiutarci. Sappiamo che l’ Unione Europea ha programmi e fondi per i cittadini Rom e che l’Italia non li usa, e che è stata multata per questo.
Chiediamo che il Sindaco non faccia sgomberi e che si trovi insieme una soluzione per vivere normalmente come gli altri italiani. Ci sono i modi per fare questo che non sono sgomberi (come l’auto recupero delle case abbandonate).

I Rom rumeni dei campi di Pisa

Pisa, 22 Dicembre 2008

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