Italiani in Romania e romeni in Italia, due popoli e una speranza

romeniGli italiani in Romania sono  3.200 ma le presenze non stabili sono piu’ alte. Oltre 30 mila sono imprenditori italiani che operano sul territorio, solo a Timisora sono 10 mila. I romeni in Italia sono passati invece da 8 mila nel 1990 a 1 milione. Ma il rapporto tra italiani e romeni non sono solo dati statistici ma una storia antica che si rinnova in un presente fatto di luci e ombre, di felici realta’ e problemi piu’ complessi.

Di questo si e’ parlato all’Istituto Italiano di  Cultura di Bucarest.”Italiani in Romania e Romeni in Italia promozione della persona e integrazione sociale” e’ stato  il titolo dell’incontro in occasione della presentazione dei dossier Cei Conferenza Episcopale Italiana- Fondazione Migrantes e Caritas Italiana sugli italiani nel mondo e l’immigrazione dei Romeni in Italia.

L’ incontro e’ stato aperto dal saluto dell’ambasciatore d’Italia a Bucarest Mario Cospito e introdotto dal Prof. Alberto Castaldini (direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest) e da Don Graziano Colombo (Rettore della Chiesa Italiana di Bucarest). I dati e gli argomenti sono stati illustrati da Don Michele Morando (Direttore della Pastorale per gli Italiani nel mondo – CEI Conferenza Episcopale Italiana – Fondazione Migrantes), Don Pierangelo Ondei (Rettore del Seminario Orionino di Iasi), Dott. Antonio Ricci (Caritas Italiana). E un intervento di Padre Alexandru Cobzaru, direttore della Caritas di Bucarest.

“Italia e Romania sono legate da un rapporto antico fondato sulle comuni radici latine”,  ha ricordato l’ambasciatore italiano Mario Cospito. “Un legame che presenta non solo punti di forza ma anche di debolezza”.L’ambasciatore ha sottolineato l’importanza delle presenza italiana e delle imprese italiane e anche delle Ong e delle associazioni cattoliche che operano  contro le sacche di poverta’. “Gli italiani dopo la seconda guerra mondiale hanno trovato in molti Paesi europei porte aperte e solidarieta’, la stessa cosa che si aspettano da noi i romeni. Ed ho piacere di dire questo alla vigilia della festa della Repubblica del 2 giugno”.

Di nuova emigrazione e della necessita’ di spronare le due nazioni ad incontrarsi favorendo la creazioni di ambienti ospitali ha parlato Padre Graziano Colombo introducendo i relatori mentre il professor Alberto Castaldini, direttore dell’Istituto Italiano di Cultara che ha ospitato l’evento, ha citato i pronuciamenti di Giovanni Paolo II e di Paolo VI per indicare come  “lo sviluppo non debba essere solo economia ma crescita dell’uomo  nella direzione della verita’, capacita di relazione e speranza”.

Entrando nello specifico della ricerca Antonio Ricci della Caritas ha illustrato i dati statistici sul fenomeno dell’emigrazione dei romeni i Italia e sugli italiani presenti in Romania, ricordando che da vent’anni Caritas e Migrantes collaborano per una conoscenza corretta e oggettiva dei fenomeni migratori. Anche per superare errori ricorrenti, come e’ stato spiegato.

”Sono 4 milioni i migranti che giungono in Italia da tutte le parti del mondo – ha spiegato Ricci -. Cio’ costituisce la base del sentimento di fratellanza e comunione, che e’ scambio anche umano e non solo puro utilitarismo in relazione ai bisogni di forza lavoro. Insomma non arrivano solo braccia ma persone”.

Ci sono poi le curiosita’. La Romania, che porta in Italia 1 milione di cittadini su 20 milioni di abitanti, dimostra di essere un bacino forte di forza lavoro. I romeni che giungono nel nostro Paese hanno varie mansioni, molti sono lavoratori edili e ad essi va riconosciuto il merito di aver reso possibili le Olimpiadi invernali di Torino, che senza le braccia dei romeni non si sarebbero fatte.

Su 1 milione di romeni presenti in Italia in modo stanziale solo il 10% e’ in cerca di lavoro. E alla domanda su cose sia piu’ importante conseguire la maggioranza ha risposto ” lavoro e integrazione”. Anche i dati sulla criminalità non sono così drastici come invece spesso appare sui giornali. Per le rapine in banca si segnalano i tedeschi e alle poste gli irlandesi, anche se i dati indicano una percentuale alta di romeni nei reati contro la persona.

Certo e’ che il flusso di cittadini provenienti dalla Romania e’ aumentato passando dagli 8 mila romeni del 1990 all’attuale milione di cittadini che hanno prodotto l’1,2 del Pil italiano. “Senza di loro avremmo sentito la crisi con due anni di anticipo”, ha detto Ricci.

Piu’ articolato e’ il rapporto sugli Italiani nel mondo  2008 della Fondazione Migrantes . Un fenomeno che assume connotati diversi rispetto alle migrazioni dopo l’Unita’ d’Italia. Sono 3 milioni e 734 mila gli italiani ufficialmente all’estero e 2 milioni sono giovani, i quali guardano al futuro nel Paese che li ha accolti. E’ in aumento anche l’emigrazione d’elite che riguarda dirigenti d’azienda, esperti di marketing e giovani laureandi in cerca di esperienza.

Ma qual e’ il valore della solidarieta’ cristiana nella migrazione? Don Michele Morando, direttore della Pastorale per gli italiani nel Mondo, ha spiegato che i modelli di accoglienza dei migranti sono una occasione di crescita spirituale e umana. E ha citato San Paolo che invitava a rispondere a chiunque. ” Per i credenti accogliere i migranti e’ essere chiamati a un destino piu’ alto, a seguire la strada dei valori dell’amore, giustizia e dignita’, ha detto Morando. “Oltretutto pensando che anche gli italiani sono un popolo nel mondo visto che hanno raggiunto 60 milioni gli oriundi, ossia coloro che hanno origini italiane”.

Una risposta indiretta al governo che segue la linea di leggi rigide. “Il rischio e’ che il pacchetto sicurezza ostacoli l’integrazione e dobbiamo pensare che senza 800 mila badanti romene i nostri anziani sarebbero piu’ soli e senza assistenza”, ha concluso il direttore della Pastorale sui migranti.

La carita’ e’ un dono per chi la fa, aveva ricordato il Papa nella sua encliclica Dues est caritas. E Don Pierangelo Ondei, rettore del seminario Orionino di Iasi in Romania, ha tratteggiato i profili di questa virtu’ ricordando episodi della vita di Don Orione, uno dei cinque santi inclusi dal Papa Benededetto XVI tra i santi della carita’. “Per Don Orione carita’ ed educazione erano la stessa cosa e per questo si dedicava alla formazione dei poveri fondando scuole. E di lui narra in  un bel capitolo Ignazio Silone che lo incontro’ durante la visita del Re a Napoli e lo vide infilarsi tra il corteo delle auto regali per caricare bambini bisognosi di cure. Fermato dalle guardie Don Orione riusci’ a farsi notare del Re al quale spiego’:”Devo portare questi bambini a Roma”. Silone lo definisce “uno strano prete” e il dono della carita’ e dell’amore in lui si fa concreto. “Un santo col cuore senza confini, ha detto di lui Don Ondei, e di fatti spese una parte della sua vita in Argentina dove ancora oggi riposa il suo cuore.
Don Orione e’ universalmente conosciuto come un santo della carita’ - spiega il Padre - . Ma come si concilia questo con il suo grande interesse per l’educazione dei giovani? Non e’ da ritenere forse un santo della formazione? La risposta e’ che per D. Orione anche la formazione e’ un’attivita’ caritativa, un grande impegno di amore. Si tratta di offrire ai giovani i valori che danno senso alla vita.
Come santo della carita’ e’ stato sempre in prima linea. Come ai terremoti di Messina e Reggio del 1908 e a quello della Marsica, in Abruzzo. E’ qui che Ignazio Silone, giovane terremotato quindicenne, lo incontra per la prima volta e ne rimane affascinato. In occasione della visita del Re Vittorio Emanuele III egli assiste all’episodio che ho descritto e ne rimane incantato.
Ma venedo piu’ specificamente al tema del suo operato tra gli emigrati italiani del Brasile e dell’ Argentina, egli si interessa di loro non solo perche’ sono “italiani”, ma perche’ sono in stato di difficolta’, di bisogno. Vivono l’esperienza della poverta: hanno perso patria, amici, familiari. sicurezza, ecc.  E’  per rispondere a  questa situazione di indigenza che Don Orione apre per loro scuole, Centri di incontro e collocamento per lavoratori, chiese. La sua opera risponde a due criteri fondamentali: da una parte quello di conservare  l’identita’ italiana, piena di valori civili e religiosi: dall’altra parte  e quello della necessaria integrazione nei paesi in cui sono accolti. Questo duplice obiettivo di conservare l’identita’ e promuovere l’integrazione ha dato esiti fecondi. Le radici della italianita’, piantate nei terreni argentini e brasiliani hanno prodotto frutti eccellenti.
In questo senso l’opera di Don Orione tra gli emigranti puo’ essere ancora oggi modello di ispirazione per le nuove situazioni migratorie di massa, come quella attuale romena in Italia”.

Italiani all’estero tra occasione e speranza. Se la storia della nostra migrazione e’ diventata anche un storia di opportunita’ e di fortune lo si deve all’accoglienza dei Paesi che si sono fatti carico di studiare misure di integrazione. Ma resta anche il dolore delle emarginazioni e della lontananza. Padre  Alexandru Cobzaru della Caritas di Bucarest ha ricordato come anche lui giunto in Italia nel 1988, perso il treno, vi rimase per studiare e fu accolto da una comunita’ di vicentini che ancora oggi gli e’ vicina. “Dobbiamo sempre ricordare che il migrante e’ come un albero che soffre per essere stato spostato. Ci sono poi i violenti, coloro che si macchiano di colpe. Il senso cristiano dell’integrazione prevede anche per essi uno sguardo diverso”. Padre Alexandru  Cobzaru ha ricordato la leggenda di Gesu’ che di fronte a un cane morto, mentre gli apostoli lo scansavano inorriditi, disse loro “eppure guardate c’e’anche in lui qualcosa di buono” indicando la bella dentatura bianca. La fede  in  Dio ci insegna che guardando con amore si piega il male.

Parlano i Rom: “Non siamo violenti”

operaibChi sono i due romeni arrestati per lo sturpo della Caffarella. Ionut Iean Alexandru, 18 anni, e Oltean Gavrila, 27 anni, vengono da Calarasi, la cittadina Rom dove io vivo, tra Bucarest e Costanza a un passo dalla Bulgaria.

Quando ho saputo del loro fermo sono subito andata a cercare notizie, a chiedere di loro. Ma la città si è chiusa a riccio, quasi a proteggerli. Omertà, indifferenza?

Ho parlato con alcuni giovani, con donne, vecchi, qualche responsabile del Comune mi ha detto che non devono essere Rom, almeno dai cognomi. E pure essi vengono da Calarasi e a Calarasi quelli che vanno e vengono dall’Italia si conoscono tutti. Fino a che un ragazzo si è fatto avanti per rilasciarmi questo colloquio.

“Lei vuole sapere dei ragazzi arrestati?”.

Sì, li conosci, sono di Calarasi e sono Rom?

“Ma lei scriverà quello che le dico. Sappiamo che lei si occupa di Rom e forse è la persona giusta per fidarsi”.

Certo, scrivo esattamente le tue parole. Ma dimmi…

“I Rom non violentano. Anche perchè vivendo nei campi, un ragazzo che fa una cosa del genere non avrebbe più posto dove andare, a parte la polizia. Però le cose sono cambiate”.

Da quando e come?

“Da qualche tempo. Un anno forse. Prima le nostre famiglie andavano a Roma, a Napoli, un po’ al nord per fare soldi. In Romania pochi di noi lavorano, ma abbiamo case e dobbiamo pagare da vivere. Così venire in Italia a lavare i vetri o fare le elemosine ci rendeva in tempi buoni anche 50-60 euro al giorno. Molti di noi si sono sistemati con i soldi che hanno potuto fare”.

Però anche commettendo reati come furto e ricettazione…

“I Rom, i veri zingari, non rubano nè alla gente nè i bambini nè fanno altri reati. Poi certo ci sono i buoni e i meno buoni come da voi, però una cosa normale. Invece da un po’ di tempo le cose sono cambiate”.

In che senso, cosa intendi. Le mafie pretendono da voi?

“Le posso dire che nei campi Rom lei è molto conosciuta. Non pensi al fatto che pochi le sono venuti a parlare, ma molti l’hanno ascoltata con quanto amore lei vuole che i nostri figli lavorino, studino, si inseriscano veramente. Allora un “consiglio di donne”, noi lo chiamiamo così, ha detto: se questa italiana ha coraggio perchè non dobbiamo averlo noi? C’è stato un grande incontro. Abbiamo detto: basta, i nostri figli escono fuori”.

Fuori da dove?

“Dal fatto che gli zingari non possono lavorare e non potendo lavorare devono fare i soldi lavando i vetri, facendo la carità”.

E i furti?

“Glielo ho detto, gli zingari non rubano”.

E come fanno a costruire le case?

“Anche i soldi ai semafori e delle carità sono soldi. Molti di noi si sono fatti anche case belle, che però lei deve scrivere che ai Rom costano 15 mila euro. Noi con 15 mila euro di materiali, lavorando molti di noi come operai, ci facciamo quelle che voi chiamate villette. Con il nostro gusto”.

Sono molto carine infatti, hanno uno stile particolare, sono case Rom. Senti, ma com’è la storia degli arrestati  per la violenza al parco della Caffarella?

“Fino a un po’ di tempo fa i Rom erano un mondo sano. Con regole, valori, fede. Da noi quando un ragazzo bacia una ragazza la sposa, fanno un bambino e vivono insieme. Ma ora i ragazzi hanno tutti l’mP3, le scarpe Nike, la maglietta Dolce e Gabbana. Soprattutto sono più integrati con gli altri ragazzi e non lavano nè i vetri nè fanno le elemosine. Però, come dici tu, non possono lavorare. Vengono tenuti senza far nulla, fino a che il bisogno personale e delle famiglie non diventa insopportabile. E non facendo più quello che facevano una volta vengono usati”.

Da chi?

“Da ambienti della polizia”.

Perchè dalla polizia?

“Perchè sono obbligati a prostituirsi e fare atti di violenza”.

Guarda che quello che dici è troppo grave e io non lo posso scrivere se non mi dai le prove di quello che sostieni.

“Le prove le hai avute anche tu”.

Quando?

“Quando hanno fermato quel ragazzo all’interno del campo perchè gli avevi dato la macchina da guidare ma lui non aveva la patente, cosa ti è successo?”.

Ci hanno portato alla polizia e lo hanno interrogato.

“No, gli hanno detto: sceglieti un avvocato tu sei nei guai. E che aveva fatto?”.

Infatti, ho spiegato alla polizia che avevano ragione perchè comunque quel ragazzo non aveva la patente e io, che ero rimasta in una buca con la neve e il fango, gli avevo dato la macchina da portare fuori facendolo guidare all’interno del campo e non su una strada provinciale.

“Loro però che dicevano?”.

Che era una cosa grave.

“Se non ci fossi stata tu, il ragazzo quella sera non usciva. Molti di noi in carcere sono picchiati e ricattati. Devono confessare cose che non hanno commesso e soprattutto sono rilasciati solo se poi fanno quello che gli viene detto quando sono fuori”.

E cioè?

“Andare a fare i prostituti e a spaventare le coppiette. Altrimenti comunque sono nei guai”.

Ho scritto questo brano della conversazione perchè i Rom vanno aiutati a uscire dal buio con la fiducia. Sono stata io per prima a dimostrargli, come ho fatto nel caso della morte di Giovanna Reggiani, che anche a loro insaputa sono usati da apparati delle forze dell’ordine. Che non sono le mafie nè la criminalità, ma quei luoghi oscuri di un Paese dove si fanno e disfano le matasse e si costruiscono anche i reati per suscitare reazioni di massa. Questo è il caso dei Rom, come vado spiegando da tempo ad autorità e istituzioni chedendo che siano protetti e non esposti al linciaggio sociale, perchè è questo che poi li costringe ad accettare quelle offerte terribili dalle quali non riusciamo a difenderli.

Decine di ragazzi Rom sono quotidianamente ricattati e costretti a fare violenze, prostituzione. Non hanno possibilità di parlare, non sono ascoltati, non sono creduti, sono per noi sporchi, colpevoli e dannati. Invece sono un mondo sano e forse per questo li stanno piegando come hanno piegato tutti noi di fronte ai peggiori crimini: le violenze sui giovani e i bambini. E siccome il calice è colmo, si cerca il mostro da sbattere in prima pagina. I Rom coi loro volti segnati dalla fatica del tempo sono perfetti. Come è stato nel caso dei primi due romeni arrestati per lo stupro della Caffaralla, descritti con la faccia da puglie e il biondino maledetto, mentre erano innocenti per i reati loro attribuiti.  

1- continua

 

Giovane romeno senza vita davanti al Policlinico di Bari

Una notizia inquietante. Non sappiamo come i giovani romeni muoiono in Italia abbandonati davanti agli ospedali. E’ successo oggi.

Si chiamava Marius Codreanu e aveva 27 anni il rumeno abbandonato senza vita davanti al Policlinico di Bari. L’uomo, che viveva nel campo nomadi del rione Japigia, aveva precedenti per reati contro il patrimonio. Sul suo corpo non sono stati trovati segni evidenti di violenza, se non una escoriazione al mento.

Si indaga per capire se sia stato ucciso o se sia morto per un incidente. Attendiamo risposte.

Razzismo e discriminazioni. Ma gli stranieri lavorino per integrarsi

romenilav Pacchetto sicurezza e accuse perfino dall’Onu. L’Italia è nel mirino degli organismi internazionali per la sue politiche sugli stranieri, in particolare Rom.

E’ in votazione il  decreto sulla sicurezza che il governo ha ritenuto necessario per assicurare cittadini italiani e stranieri. Ma, oltre alle ronde di privati, due norme fanno discutere.  Una riguarda il divieto di registrazione dei neonati figli di immigrati clandestini. La seconda l’obbligo per i medici di denunciare il clandestino che chiede di essere curato.

Su queste due misure l’opposizione è contro ma anche un gruppo di parlamentari della maggioranza ha firmato una lettera di dissenso. E il premier, Silvio Berlusconi, ha attenuato le sue posizioni sostenendo che il decreto è troppo incline alle richieste della Lega.

Il centrosinistra ne fa ovviamente un’arma politica, anche se Piero Fassino ha spiegato che i motivi sono del tutto umanitari e civili. “ Lottare contro la clandestinità e contro i trafficanti di migranti è giusto, ma quelle due norme non servono in alcun modo a ridurre il numero dei clandestini”, ha scritto nel suo blog il leader del Pd. 

Il problema degli stranieri in Italia è una grave piaga, siano essi immigrati clandestini o semplici lavoratori che in tempi di globalizzazione ed Europa unita si muovono  in cerca di fortuna, lavoro e anche scambio.  La condizione dei migranti è ai limiti del disumano, come ha richiamato  anche l’Agenzia per il lavoro dell’Onu, che in un documento in tre pagine ha stigmatizzato che ”l’Italia discrimina i lavoratori immigrati, soprattutto i Rom, con forme di intolleranza, razzismo e xenofobia”.  E ha indicato quali responsabili i politici italiani “rei di usare una retorica aggressiva e discriminatoria nell’associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di ostilità e antagonismo nell’opinione pubblica”.

Il documento dell’Onu è stato inviato al ministro degli Esteri, ma Frattini respinge le accuse come “false”.  L’ Agenzia del lavoro dell’Onu ha già fissato un’audizione per giugno in cui l’Italia dovrà documentare cosa fa per gli stranieri più esposti.

Certamente nel nostro Paese  è mancata  una cultura vera dell’integrazione e delle cittadinanze e, al suo posto, ha attecchito una sorta di egoismo civico e un’ arroganza nazionalista per cui molti italiani pensano che si possa vivere chiusi nei propri  confini. Senza contaminazioni, che invece stanno facendo crescere, evolvere e innovare il resto del mondo senza eludere i disagi, le difficoltà e i rischi.

Basta sentire come ragionano molti giovani rispetto a giovani di altre nazionalità, soprattutto se di livello sociale più basso e di diverso colore di pelle. Oppure come sono considerate culture, abitudini e tipicità di altri Paesi. E ancora come non viene affatto considerata l’ipotesi di immaginare il proprio futuro, anche solo per un periodo, all’estero per conoscere e ampliare interessi. Di contro abbiamo l’importazione di manodopera, di uomini e donne al servizio dei nostri bisogni. Sono legittimate le figure della badante, della colf di colore, dell’operaio a basso costo, ma non gli individui umani che assolvono a questi ruoli. Con alcune eccezioni.

Non tutta l’Italia è così spietata e chiusa. Dove non arrivano la politica e i media si realizzano più facilmente scambi umani silenziosi e affettuosi, di gente che si vuol bene, che dà e riceve, che ospita ed è ospitata, che lavora e ottiene prestazioni efficienti. Ma ciò si realizza in quelle oasi di pace dove non arrivano i partiti, gli opinionisti, le telecamere, i poteri. E questo dovrebbe interrogarci sulle cause delle difficoltà delle integrazioni sotto le luci della ribalta.

Vi è poi la violenza che si aggira come un fantasma per l’Italia.  Indubbiamente una significativa percentuale di stranieri sbarcano nel nostro Paese per la facilità con cui si può fare ciò che altrove non è dagli stessi neppure pensabile. Dormire in strada, stare senza un lavoro, pretendere cure e assistenza, vivere di una carità che ha perso i connotati del dono ed è diventata una forma di ricatto, un’arma, una richiesta livida e gelida. Forse questo è l’aspetto che più mi ha colpito. Perchè vivendo a contatto con i poveri riconosco color0 che sono tali con amore e umiltà e coloro invece che hanno professionalizzato la povertà. Essi pretendono l’aiuto e lo hanno  pianificato come forma di sussistenza per fare case, ma anche una vita per loro benestante. Questo credo che sballi il mercato oltre a seminare zizzania tra le persone di popoli diversi.  Imparare un mestiere costa fatica e investimento, lavorare è un dono e un impegno, lavare i vetri o riciclare roba vecchia può rendere anche mille e cinquecento euro al mese, ma è una modalità di affrontare l’immigrazione che deve cambiare.

Ho suggerito ad alcuni extracomunitari come  rendere la loro attività  di lavavetri una forma di servizio al passaggero, così come ho sorriso a una giovane Rom che dopo aver lavato l’automobile ci disegnava sopra un bel cuore di sapone. Quel cuore, corredato da un sorriso bianco, è un servizio umano in un mondo frettoloso e sempre più sterile.

Insomma, non si può vivere sulle spalle della gente di un Paese che come altri attraversa una crisi occupazionale e deve assicurare assistenza, strade, ospedali, scuole, modernità.  E’ vero che l’Italia difetta soprattutto sul fronte della comunicazione soprattutto da parte delle istituzioni di rispetto umano e cultura dei diritti universali, ma ciò non legittima gli stranieri a fare i pirati in Italia.  L’immigrato, sia esso nomade, extracomunitario o regolare, deve pensare di rendersi intregabile se vuole essere  rispettato. Egli deve impegnarsi per trovare  ruolo e condizioni di vita dignitose per sè e accettabili per il Paese che lo ospita. Questo mi sembra importante non meno delle battaglie politiche spesso pretestuose sulla clandestinità.

No all’accanimento terapeutico, sì agli aiuti ai sofferenti

eluanaTornando a casa stasera e ricollegandomi al computer ho appreso che Eluana Englaro è morta. Alle 20.10, dopo 17 anni di coma. Eluana è volata via sola, tra i medici, lasciando le macchine e abbracciando l’altra vita. L’ho scritto in questi giorni e spero che per lei sia un’aurora, come Dio le aveva promesso. Dopodichè è sceso il silenzio e mi è stato impossibile pensare alle polemiche, alle ragioni, ai clamori, a chi si opposto e a chi ha sostenuto, alle battaglie ideologiche, al Paese lacerato, alle istituzioni divise, ai cittadini violenti e silenti, alla Chiesa che metà prega e metà grida “omicidio”.

Il caso, o forse la buona volontà, hanno voluto che abbia passato il mio giorno non davanti al computer a inseguire le notizie, o tra la gente abituale, ma tra i più negletti e disperati, i più soli e abbandonati, i rifiutati e ammalati. La gente di strada. In una delle strade del mondo, dove poveri miti, educati, dotati di amore e di grazia attendono…Uno sguardo, una mano tesa.

Mi è capitato di rispondere a un richiamo. E quando mi sono voltata ho visto un uomo giovane, con gli occhi marroni dolci e languidi  come un tramonto dorato, stretto in una vecchia giacca logora. Non mi ha detto nulla, non mi ha neppure chiesto l’elemosina, ma con lo sguardo mi ha implorato. E così mi sono avvicinata. Che fai qui, gli ho chiesto. Lui ha allargato le braccia, poi mi ha subito indicato la gamba.

Si chiama Cristi, ha 40 anni, vive ai bordi delle strade con la figlia di 18, stretti nei loro cappotti, una sacca per tutto, una panchina per letto, un giardino per  casa, un cielo per speranza. Vivono nei pressi di una delle più belle piazze del mondo, ai bordi della vita.

Ho subito notato che la gamba dell’uomo era gonfia. Mi sono piegata alzando il pantalone pensando a una frattura, a un gesso…Invece ho visto ciò che finora avevo solo immaginato: una cancrena fino a sopra al ginocchio che imputridisce l’arto fino a non poter respirare. Cosa hai fatto, cosa è questo, ho quasi gridato. Con tono di rimprovero, non riuscendo a capacitarmi come si possa sopportare una simile condizione. L’uomo intimidito non ha detto nulla, perchè mentre la mia voce era alta, la mano intanto da sola scendeva lungo la sua gamba, carezzandola. Io credo che nessuno lo abbia toccato chissà da quanto e così vedendo con quanta trepidazione lo accogliessi, mi ha sorriso. Un sorriso buono come non ne vedevo da anni. 

Da lì è cambiata la mia giornata, ho lasciato gli appuntamenti e sono andata alla polizia, al Comune perchè Cristi è anche senza documenti. Poi, grazie a un amico, ho subito contattato un sacerdote, siamo andati a una ventina di chilometri dal centro della città in una delle case dove la carità cristiana accoglie e cura i malati. Ma una gamba come quella di Cristi neppure lì si è potuto ricoverarla. Allora di corsa dalle suore, di cui una infermiera. Ma anche lei, Maria, osservando il caso, disperatamente ha rinunciato a fare la medicazione.

Intanto durante il tragitto Cristi e sua figlia mi hanno parlato di loro. Della  vita sotto al cielo. Della gente che passa. Della fame, del freddo, della dimenticanza. Mi sono vergognata perchè non li ho mai guardati e me ne pento fino alle lacrime. Ma il fatto è che non sono abituata e l’odore di carne putrida era così forte che avevo timore di non resistere.

Abbiamo cercato una soluzione, ma non è stato possibile. Quanti giorni di vita ha Cristi, questo uomo dolce di 40 disperati anni? Forse è in grazia di Dio, forse era Dio quello che mi diceva perchè hai paura della sua gamba? 

Stasera mi chiedevo perchè siamo in perenne contraddizione e come potremo mai liberarci dall’ambiguità che ci avvinghia, dalla falsità delle nostre proteste, battaglie e convinzioni. Perchè c’è un Paese che si contende la vita spenta di Eluana quando lasciamo morire uomini donne e bambini che aspettano solo noi, il nostro sguardo, per essere restituiti a una vita degna. Mi chiedevo se eri già tu, Eluana, che negli occhi di Cristi, come dei tanti dimenticati del mondo, ci dicevi…ama.

  

La piccola Obama

Oggi sono stata al funerale di una bambina Rom di otto mesi.  Si chiamava Marica. Conosco la sua mamma e i suoi zii. Sono bisognosi ma accudiscono i figli con una dedizione totale, di cui noi non abbiamo più cognizione.  Da loro imparo, ricevo, recupero l’umanità che si è dissolta dentro un materialismo arido e programmato, senza orizzonte. Marica era la terza bimba nata “segnata”. Aveva gravi problemi respiratori, non cresceva. Quando l’ho vista nel lettino di un ospedale dell’Est ho pensato  avesse solo pochissimi mesi.  Spontaneamente mi sono affrettata per avvicinarmi a lei e alla mamma dolce nel dolore accettato,  ma mi sono sentita come frenata e spinta a voltarmi verso una bimbetta di pochi giorni che giaceva nella stanza attigua di rianimazione. Poi ho sentito una voce nella coscienza che diceva: “Lei…vai da lei, ce la può fare”. Ho guardato la bimba Rom, stretta nelle braccia della mamma che la cullava. Senza mezzi, senza aiuti, ma con un amore speciale.  La cosa che ricordo bene è il piccolo volto incorniciato dalla cuffietta, da piccola santa. L’ho sentita soffrire, tanto,  e ho pensato: “Dio, ma perchè non la porti con te?”.  Ma è stato come se una energia mi abbia chinato il capo e ho capito di dover chiedere perdono.

In questi tempi, soprattutto in Italia, siamo portati a pensare che sia bene nascano solo bambini sani e che gli infelici siano vite da prevenire alla sofferenza. Ma ho decisamente capito che sbagliamo, che non è così.  Perchè la “piccola Obama” oggi ha raccolto un mondo, quello dei Rom del suo villaggio, tanti bambini, anche piccolissimi, tutti accanto a lei, vestita nel suo ultimo viaggio di tulle bianco, con la cuffietta di pizzo, circondata di fiori delicati. Per lei sono state pronunciate parole grandi e una commozione intensa ha pervaso la comunità, unendola nelle differenze, nel pianto, nella consolazione. Fratelli, l’uno nell’altro. Uguali.

Il funerale Rom è stata una cerimonia eloquente. La bimba era visibile a tutti, esposta nella chiesa ortodossa dove c’erano soprattutto donne, le nonne, bambini e sacerdoti. La mamma e il papà non hanno partecipato al rito, non avrebbero resistito a tanta tensione. Ciascuno aveva portato del cibo: arance, candele, anche torte fatte in casa. Per il risveglio di Marica, nel regno dei giusti. Alcune donne piangevano come nelle tragedie greche intonando un canto di dolore. Avevo portato un mazzo di orchidee rosa, ma quando sono stata davanti alla ” piccola santa ” mi è venuto spontaneo portare la mano alla catenina che mi cinge il  collo, sfilare la medaglietta della madonnina che mi ha raccolta alla nascita e adagiarla sopra al cuore di Marica. La  mano mi tremava di dolorosa memoria.

Quando la cerimonia è terminata il corteo si è incamminato verso il luogo di sepoltura. La piccola bara di legno chiara, aperta al pubblico, è stata caricata su un carro. Intorno alcuni bambini e le donne più anziane. Gli altri a piedi. La Rom che guidava il gruppo ha voluto che facessimo la strada più lunga, quella che passa in mezzo alla cittadina, nella strada principale. E lei a tutti i passanti narrava a voce gridata della piccola Marica, stella di un mattino e anima eterna. La gente guardava, con rispetto composto. I bambini non piangevano, figli sereni con la gioia dei puri.  Alla fine della giornata ho chiesto perchè i partecipanti al rito passando a dare l’ultimo saluto alla piccola hanno posto accanto al corpicino ciascuno una moneta di carta. “Per dopo”, mi ha spiegato una donna anziana cercando nel mio sguardo qualcosa. Cosa penso? Che Marica è vissuta povera, ma sale in cielo ricca di amore. 

Ho fatto una correlazione che forse a taluni potrà sembrare distante.   Questa creatura “segnata” nei suoi piccoli otto mesi è riuscita a fare, secondo me, quello che nello stesso giorno e nello stesso momento Barack Obama, nero d’America diventato il primo Presidente di colore degli Stati Uniti, ha compiuto davanti al mondo. Piegarci all’amore e unirci nella fratellanza. Anche Marica era essenziale.

Due angeli Rom mi hanno augurato Buon 2009

angeliC’è una tradizione secondo la quale la prima persona estranea che si incontra il primo di gennaio segna tutto l’anno e ci indica come sarà.

Il mio primo di gennaio l’ho trascorso lontano dall’Italia, in una paesino dell’est dove c’è un grande campo Rom. Da tempo sto seguendo la questione dei nomadi e così ho deciso di passare il 31 dicembre con loro. E poichè si è fatto tardi, tra botti e specialità cucinate dalle donne, la mattina ero ancora al letto quando ho sentito bussare alla mia porta. Mezza addormentata sono andata ad aprire e quando ho aperto ho visto…due angeli. Oddio – mi sono detta – mi siete venuti a prendere?

Invece erano due bambini veri. Ma così belli che non avevo mai visto visetti tanto gentili e puri. Erano due bimbi Rom. La femminuccia avrà avuto cinque anni con i capelli biondi lunghissimi e pieni di boccoli, gli occhi verdi limpidi da cerbiatta, una cuffietta bianca e poi era vestita rosa e d’oro. In mano aveva una stella sormontata da un filo argentato scintillante. Lui, il maschietto, sembrava uscito dalle pagine del mio libricino del catechismo: i pantaloni lunghi con la piega stiratissima, le scarpe nuove di pelle nera anche se c’era la neve, la camicia bianca, la giacca e i capelli tirati con la pomata.

“Signora – mi ha detto – io stavo al campo vicino a Marconi, parlo italiano, buon anno”.

Li ho fatti entrare e li ho guardati estasiata, commossa, li ho  abbracciati e baciati. E ho detto loro: “Benedetta sia la madre che vi cura così”.

Devo dire che questo fa un po’ parte della missione che mi sono data tra i Rom per predicare due cose: acqua e lavoro. 

Forse è solo un caso, oppure una delle mamme con cui parlo mi ha creduta. E mi ha mandato i suoi angeli a darmi il buongiorno. Grazie mamma Rom, sarà un anno di cuore. 

Il natale dei poveri è la tragedia dei senza casa e lavoro

rombabyA Pisa circa 60 famiglie di Rom romeni hanno cominciato a combattere per il lavoro e la casa, le due condizioni che definiscono il vivere umano. A Parigi un gruppo di senza tetto ha occupato un albergo di lusso della città lumiére. I nomadi di Pisa invece combattono con la determinazione e le parole. Hanno cominciato a diffondere lettere aperte per descrivere  e far conoscere la loro insopportabile condizione e abbattare pregiudizi e indifferenza contro un modo di pensare che è una prigione. “I Rom non lavorano”.

Ho pubblicato la loro lettera e voglio aggiungere qualcosa in proposito. E’  di oggi la notizia che una Rom romena di 32 anni è morta a Roma nella sua baracca nella pineta di Castelfusano  col suo bimbo di tre anni perchè aveva acceso un fuoco per scaldarsi. Era arrivata a Roma da pochi giorni per passare il natale col marito. Li hanno trovati carbonizzati, la donna e il bimbo.

Come ha osservato il Papa nella messa di Natale, la povertà è una condizione che va dilagando nonostante abbiamo più mezzi e più tecnologie, più medicine e progresso. Questo deve farci riflettere. Significa che non stiamo progredendo ma che l’avidità dell’uomo e gli interessi hanno occupato tutto e stanno determinando condizioni di disagio e sofferenza.

Occorre una scossa morale, occorre selezionare la classe dirigente e portare alla guida dei Paesi solo persone con il riconoscimento della moralità. E ciò coincide con il credo e il rispetto del senso alto della vita, in qualunque cultura e religione. Occorre premiare gli uomini e le donne umili, che chinano il capo e operano per il bene del prossimo. Come esigenza sociale universale. O così o il mondo non ce la fa, ha detto il Papa. Occorre selezionare loro come fino ad ora essi hanno selezionato noi, in base ai loro interessi. Occorre acquisire una coscienza del disagio, che non riguarda più solo i poveri ma rende poveri un numero sempre più grande di individui.  

Ci sono famiglie italiane, straniere e di disagiati che combattono per il lavoro. A un terzo della società italiana mancano il lavoro e la casa. Questa modalità di procurare sofferenza ai più deboli è cattiveria umana. Lo dimostro raccontando, proprio oggi, che anche Gesù è nato in questo disagio. Sua madre e suo padre cercavano una casa, ospitalità, ma ricevettero quello che ricevono oggi allo stesso modo miliardi di persone. Porte chiuse.

Perchè? Probabilmente perchè quei poveri e disagiati sono quelli più vicini a Dio e più lontani dal potere. Ecco l’elemento che le nazioni, i governi e le istituzioni non valutano pienamente. I complici del potere abitano case di lusso, hanno lavoro facili e di facili guadagni, gli umili devono patire. E tra gli umili i nomadi, la popolazione più colpita, più esiliata, più discriminata. Essi sono rimasti al tempo di Gesù: non hanno casa, non hanno accoglienza, non hanno comprensione, non hanno umano amore. Carità e misericordia. 

Per questo gli zingari sono secondo me  ”sacri”, il popolo di Dio. Perchè essi come Gesù sono costretti a stare nelle capanne e a scaldarsi…magari scegliessero il bue e l’asinello. Non morirebbero.

Ecco la lettera dei Rom di Pisa. Vivo questo Natale con il pensiero della mamma e del suo bimbo di tre anni morti nella baracca di Castelfusano a Roma, alle porte della scintillante città Eterna come una madonna e il suo bambino di dolore e pena dimenticati.  Ma la sofferenza dei poveri sarà la colpa dei ricchi.  I poveri devono alzare la testa.

Denuncia, i Rom romeni dei Campi di Pisa: “Vogliamo lavorare”

rom211Pubblico questa lettera aperta dei Rom romeni dei Campi di Pisa perchè dimostra la difficoltà che viene posta ai nomadi anche quando hanno volontà di integrarsi. E le condizioni di assoluta indifferenze delle autorità italiane verso una popolazione fortemente discriminata.

Siamo dei Rom rumeni, siamo circa 60 famiglie. Viviamo nella citt’  di Pisa, nelle baracche in condizioni non buone, senza acqua e senza luce.
Noi non vogliamo vivere nelle baracche. Siamo costretti a vivere nelle baracche perchè non ci è data  la possibilità  di prendere una casa: il Comune non ha interesse ad aiutarci a trovare una casa. Non possiamo mandare a scuola i bimbi perchè  non abbiamo le condizioni igienico-sanitarie. Alcuni bimbi vanno a scuola, ma spesso le scuola rifiutano di iscrivere i nostri figli.

Facciamo lavori che gli italiani non vogliono fare, in condizioni peggiori. Alcuni di noi lavorano con contratto regolare, altri al nero, altri sono in cerca. Alcune persone hanno fatto dei corsi di specializzazione, anche se vivono in queste condizioni. E’  difficile trovare lavoro perchè  molti datori di lavoro chiedono la residenza all’anagrafe. Anche se viviamo a Pisa da tanti anni, anche se lavoriamo, anche se i nostri figli vanno a scuola, il Comune non ci da la la residenza perchè  viviamo nelle baracche.

Noi siamo persone che vogliamo integrarci, siamo persone intelligenti, con cultura, con tradizioni.

Il Sindaco di Pisa ha firmato una ordinanza per sgomberare i campi, senza soluzione, in stagione di inverno. Noi non possiamo lasciare la città  di Pisa, abbiamo lavoro, paghiamo i contributi, abbiamo anche alcuni figli malati. Ordinare uno sgombero in queste condizioni è inumano.

Il Sindaco dice che non ha la possibilità  di aiutarci. Sappiamo che l’ Unione Europea ha programmi e fondi per i cittadini Rom e che l’Italia non li usa, e che è stata multata per questo.
Chiediamo che il Sindaco non faccia sgomberi e che si trovi insieme una soluzione per vivere normalmente come gli altri italiani. Ci sono i modi per fare questo che non sono sgomberi (come l’auto recupero delle case abbandonate).

I Rom rumeni dei campi di Pisa

Pisa, 22 Dicembre 2008

Mostra di Rom e Sinti a Roma

roma13I Rom e Sinti del Municio IV di Roma vi invitano tutti i giorni alla Mostra di

- artigianato in rame, antiquariato, abiti usati, collezionismo, bigiotteria etc…
- esibizione del lavoro effettuato dai maestri ramai
- musica balcanica,
- mostra storico-documentaria sull popolo dei Rom, Sinti e Camminanti
- banchetti di libri e materiale informativo sul popolo dei Rom, Sinti e Camminanti. 
La Mostra si trova all’Area di Parcheggioo di Piazzale E. Flaiano (Zona Vigne Nuove).