Il neo ministro italiano dell’Interno Roberto Maroni ha fretta. Vuole dare un segnale visibile e immediato sulla questione sicurezza e ha già pronto un pacchetto di norme che presenterà al prossimo consiglio dei ministri. E’ previsto un inasprimento delle misure e delle pene per i reati di cosiddetta “pericolosità sociale”: dalla guida pericolosa agli ingressi dei clandestini. Sui clandestini il ministro Maroni promette un giro di vite. E ha citato direttamente gli ingressi massicci dei romeni nel nostro Paese, indicando questa popolazione come in gran parte responsabile del degrado e degli episodi di criminalità diffusa.
Conosciamo il ministro Maroni e ne abbiamo sempre considerato la misura e l’equilibrio. Ci appelliamo a lui come alle altre autorità e istituzioni e alle forze dell’ordine, a cui rivolgiamo la preghiera dell’ascolto alla più ampia considerazione della necessità di assicurare dignità e diritti umani, soprattutto quando si parla di gruppi socialmente deboli.
Una distinzione importante prima di tutto. I romeni in Italia sono circa un milione di cittadini. La maggior parte di loro si sono insediati a partire dal 1992 e da allora hanno costitutito una comunità ampia di lavoratori, nei settori dell’edilizia per gli uomini e per quanto riguarda le donne molte sono impiegate come aiutanti domestiche e badanti. Ma non mancano studiosi e studenti, laureati e specialisti, esperti e professionisti anche nel sociale.
I romeni sono per natura seri e rispettosi, hanno una ottima inclinazione al rispetto delle regole, riconoscono i valori delle istituzioni e agiscono con una moderazione comportamentale degna di un profilo alto delle cittadinanze. Sono artisti, manifestano amore per le tradizioni e la cultura. Lavorano indefessamente, spesso sono obbligati anche a soggiacere a turni e mansioni non rispettose dei loro livelli di preparazione e normative sul lavoro. Lo fanno con accettazione e pazienza.
Vi è poi una ampia comunità rom. I rom di Romania sono nomadi. E i nomadi, come sappiamo, sono una realtà secolare. Essi provengono per lo più dalla Turchia, dall’India, dalla Spagna e un forte gruppo è insediato nei Paesi dell’est. I nomadi non hanno fissa dimora. Sono un popolo itinerante. E non dobbiamo certo ricordare ad alcuno che i nomadi sono la popolazione che nel tempo ha sedimentato e trasmesso culture, tradizioni, saperi. Quando non c’era Internet i popoli in cammino sono stati una fondamentale rete di trasmissione.
Tuttavia con l’avvento irruento della globalizzazione e della modernizzazione le popolazioni itineranti, spesso ai margini delle intergazioni sociali e nazionali, stanno rischiando un vero e proprio “genocidio”. Non voglio qui riaprire la ferita del passato, ricordando che già queste creature umane sono state vittime sacrificate dalle peggiori dittature. Voglio invece guardare avanti. E avanti vedo un corridoio stretto per chi non assumerà i profili integrati della società moderne.
I nomadi devono stare in questi profili. Non possiamo commettere il crimine di una strage di civiltà. Perchè i rom sono trasmettitori di civiltà. Alcuni obietteranno: non sono forse coloro che vivono in strada, in ogni forma di degrado e spesso si macchino di crimini reiterati in una logica di sostentamento?
I nomadi sono spesso ai nostri occhi il volto degradato delle società perchè li abbiamo degradati noi. Perchè ad essi non riconoscioamo funzione storica, culturale ed etnica incardinata in una modalità di vita che è semplicemente “diversa”. Non dobbiamo cancellare la loro umanità e dobbiamo dare loro soprattutto strutture, mezzi e cultura per vivere nella società civile con proprie modalità. Non sono avvocati o ingegneri, sono architetti della gioia.
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