Italia povera, politica senza lavoro

poveriL’Istat ha fotografato l’impoverimento italiano. Dati severi: il 5,2% delle famiglie ha difficoltà a comperare il cibo, il 10% a riscaldare la casa, il  32,9% delle famiglie non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro.  E’ salito dal 10,4% all’11,1% la quota di famiglie che nel corso del 2007 ha avuto momenti con insufficienti risorse per le spese mediche, mentre sale dal 16,8 al 16,9% il numero di famiglie che ha avuto difficoltà per l’acquisto di abiti necessari. Nel 2006 il 50% delle famiglie ha avuto un reddito inferiore a 1.924 euro al mese.

Quando parliamo di povertà spesso ci riferiamo alle povertà umanitarie, quelle che annegano tra diritti violati e soglie di civiltà bassissime, per le quali sono attive associazioni e una rete di operatori. Questa fotografia dell’Istat invece descrive un impoverimento economico del nostro Paese, in cui la soglia del benessere si è abbassata fino a livello dell’indigenza per un numero alto di famiglie.

Tuttavia sia nella povertà umanitaria e che in quella economica italiana ci sono dei fattori comuni. Mi riferisco alle politiche carenti sulla povertà, nonostante i tanti sforzi di cui alcuni lodevoli e meritori. Ma nell’uno e nell’altro caso manca un valore, secondo me. Il valore del lavoro quale fonte della dignità umana e senso della vita.  

Parlando coi Rom di lavoro ho incontrato molte difficoltà. Essi volevano convincere me che “i Rom non lavorano”, ”nessuno dà lavoro ai Rom”, “non conviene ai Rom lavorare”.
E’ stata una battaglia dura perchè essi prendevano le mie opposizioni, le mie proteste, anche la mia reazione risentita nei confronti delle loro resistenze, come una incomprensione della realtà. E’ così e non ci si può fare nulla.

Dall’altra parte molte istituzioni con cui parlo dicono la stessa cosa e mi invitano a desistere, a impegnarmi su altro.

Un giorno è successa una cosa anche un po’ comica.  Perchè a sostenere questa tesi è stato un agente di un apparato della Polizia che indaga sulla deliquenza e anche lui diceva che è inutile insistere, i nomadi non lavorano.  I ragazzi Rom annuivano ascoltandolo, come dire “te lo abbiamo detto che è così”. Allora ho perso il controllo, ho preso uno di loro per un braccio, l’ho strattonato davanti all’agente e gli ho detto: “Lo vede questo ragazzo, questo ragazzo domani va a rubare, lei però non lo arresta. Anzi, quando lo dovesse cogliere in flagrante gli dica ‘ah, già, tu sei quello che non puo lavorare’ oppure  si impegni affinchè abbia una fonte di guadagno”.

Poi ho parlato coi ragazzi, molto. Fino allo sfinimento, fino a che mi dicevano ‘basta, basta, abbiamo il mal di testa’ per mettergli dentro questa luce. Il lavoro”.  Volevo citargli qualcosa di fondamentale ma non volevo ricorrere necessariamente ai testi religiosi. Volevo qualcosa di laico, come dicono molti, volevo  avessero un approccio ancor più libero, più sacro, più alto…Che gli restassero dentro parole forti e pure. Ho fatto ricorso alla mia memoria.  E gli ho letto questa frase: “Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra. Perchè oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita”.  
I ragazzi hanno cercato un lavoro, lo hanno trovato, sono riusciti a sfondare  il muro della diffidenza, ora sono stanchi ma consapevoli. 

Anche per la povertà economica che investe l’Italia c’è un deficit di lavoro come valore di una nazione. La politica si è occupata del suo primato, dei suoi accrescimenti, di disfare e rifare partiti, nessuno si è più  impegnato per dare lavoro a tutti. Anche a quelli che non conosci, anche a quelli che non ti votano.

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