C’è una tradizione secondo la quale la prima persona estranea che si incontra il primo di gennaio segna tutto l’anno e ci indica come sarà.
Il mio primo di gennaio l’ho trascorso lontano dall’Italia, in una paesino dell’est dove c’è un grande campo Rom. Da tempo sto seguendo la questione dei nomadi e così ho deciso di passare il 31 dicembre con loro. E poichè si è fatto tardi, tra botti e specialità cucinate dalle donne, la mattina ero ancora al letto quando ho sentito bussare alla mia porta. Mezza addormentata sono andata ad aprire e quando ho aperto ho visto…due angeli. Oddio – mi sono detta – mi siete venuti a prendere?
Invece erano due bambini veri. Ma così belli che non avevo mai visto visetti tanto gentili e puri. Erano due bimbi Rom. La femminuccia avrà avuto cinque anni con i capelli biondi lunghissimi e pieni di boccoli, gli occhi verdi limpidi da cerbiatta, una cuffietta bianca e poi era vestita rosa e d’oro. In mano aveva una stella sormontata da un filo argentato scintillante. Lui, il maschietto, sembrava uscito dalle pagine del mio libricino del catechismo: i pantaloni lunghi con la piega stiratissima, le scarpe nuove di pelle nera anche se c’era la neve, la camicia bianca, la giacca e i capelli tirati con la pomata.
“Signora – mi ha detto – io stavo al campo vicino a Marconi, parlo italiano, buon anno”.
Li ho fatti entrare e li ho guardati estasiata, commossa, li ho abbracciati e baciati. E ho detto loro: “Benedetta sia la madre che vi cura così”.
Devo dire che questo fa un po’ parte della missione che mi sono data tra i Rom per predicare due cose: acqua e lavoro.
Forse è solo un caso, oppure una delle mamme con cui parlo mi ha creduta. E mi ha mandato i suoi angeli a darmi il buongiorno. Grazie mamma Rom, sarà un anno di cuore.
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