La piccola Obama

Oggi sono stata al funerale di una bambina Rom di otto mesi.  Si chiamava Marica. Conosco la sua mamma e i suoi zii. Sono bisognosi ma accudiscono i figli con una dedizione totale, di cui noi non abbiamo più cognizione.  Da loro imparo, ricevo, recupero l’umanità che si è dissolta dentro un materialismo arido e programmato, senza orizzonte. Marica era la terza bimba nata “segnata”. Aveva gravi problemi respiratori, non cresceva. Quando l’ho vista nel lettino di un ospedale dell’Est ho pensato  avesse solo pochissimi mesi.  Spontaneamente mi sono affrettata per avvicinarmi a lei e alla mamma dolce nel dolore accettato,  ma mi sono sentita come frenata e spinta a voltarmi verso una bimbetta di pochi giorni che giaceva nella stanza attigua di rianimazione. Poi ho sentito una voce nella coscienza che diceva: “Lei…vai da lei, ce la può fare”. Ho guardato la bimba Rom, stretta nelle braccia della mamma che la cullava. Senza mezzi, senza aiuti, ma con un amore speciale.  La cosa che ricordo bene è il piccolo volto incorniciato dalla cuffietta, da piccola santa. L’ho sentita soffrire, tanto,  e ho pensato: “Dio, ma perchè non la porti con te?”.  Ma è stato come se una energia mi abbia chinato il capo e ho capito di dover chiedere perdono.

In questi tempi, soprattutto in Italia, siamo portati a pensare che sia bene nascano solo bambini sani e che gli infelici siano vite da prevenire alla sofferenza. Ma ho decisamente capito che sbagliamo, che non è così.  Perchè la “piccola Obama” oggi ha raccolto un mondo, quello dei Rom del suo villaggio, tanti bambini, anche piccolissimi, tutti accanto a lei, vestita nel suo ultimo viaggio di tulle bianco, con la cuffietta di pizzo, circondata di fiori delicati. Per lei sono state pronunciate parole grandi e una commozione intensa ha pervaso la comunità, unendola nelle differenze, nel pianto, nella consolazione. Fratelli, l’uno nell’altro. Uguali.

Il funerale Rom è stata una cerimonia eloquente. La bimba era visibile a tutti, esposta nella chiesa ortodossa dove c’erano soprattutto donne, le nonne, bambini e sacerdoti. La mamma e il papà non hanno partecipato al rito, non avrebbero resistito a tanta tensione. Ciascuno aveva portato del cibo: arance, candele, anche torte fatte in casa. Per il risveglio di Marica, nel regno dei giusti. Alcune donne piangevano come nelle tragedie greche intonando un canto di dolore. Avevo portato un mazzo di orchidee rosa, ma quando sono stata davanti alla ” piccola santa ” mi è venuto spontaneo portare la mano alla catenina che mi cinge il  collo, sfilare la medaglietta della madonnina che mi ha raccolta alla nascita e adagiarla sopra al cuore di Marica. La  mano mi tremava di dolorosa memoria.

Quando la cerimonia è terminata il corteo si è incamminato verso il luogo di sepoltura. La piccola bara di legno chiara, aperta al pubblico, è stata caricata su un carro. Intorno alcuni bambini e le donne più anziane. Gli altri a piedi. La Rom che guidava il gruppo ha voluto che facessimo la strada più lunga, quella che passa in mezzo alla cittadina, nella strada principale. E lei a tutti i passanti narrava a voce gridata della piccola Marica, stella di un mattino e anima eterna. La gente guardava, con rispetto composto. I bambini non piangevano, figli sereni con la gioia dei puri.  Alla fine della giornata ho chiesto perchè i partecipanti al rito passando a dare l’ultimo saluto alla piccola hanno posto accanto al corpicino ciascuno una moneta di carta. “Per dopo”, mi ha spiegato una donna anziana cercando nel mio sguardo qualcosa. Cosa penso? Che Marica è vissuta povera, ma sale in cielo ricca di amore. 

Ho fatto una correlazione che forse a taluni potrà sembrare distante.   Questa creatura “segnata” nei suoi piccoli otto mesi è riuscita a fare, secondo me, quello che nello stesso giorno e nello stesso momento Barack Obama, nero d’America diventato il primo Presidente di colore degli Stati Uniti, ha compiuto davanti al mondo. Piegarci all’amore e unirci nella fratellanza. Anche Marica era essenziale.

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