Razzismo e discriminazioni. Ma gli stranieri lavorino per integrarsi

romenilav Pacchetto sicurezza e accuse perfino dall’Onu. L’Italia è nel mirino degli organismi internazionali per la sue politiche sugli stranieri, in particolare Rom.

E’ in votazione il  decreto sulla sicurezza che il governo ha ritenuto necessario per assicurare cittadini italiani e stranieri. Ma, oltre alle ronde di privati, due norme fanno discutere.  Una riguarda il divieto di registrazione dei neonati figli di immigrati clandestini. La seconda l’obbligo per i medici di denunciare il clandestino che chiede di essere curato.

Su queste due misure l’opposizione è contro ma anche un gruppo di parlamentari della maggioranza ha firmato una lettera di dissenso. E il premier, Silvio Berlusconi, ha attenuato le sue posizioni sostenendo che il decreto è troppo incline alle richieste della Lega.

Il centrosinistra ne fa ovviamente un’arma politica, anche se Piero Fassino ha spiegato che i motivi sono del tutto umanitari e civili. “ Lottare contro la clandestinità e contro i trafficanti di migranti è giusto, ma quelle due norme non servono in alcun modo a ridurre il numero dei clandestini”, ha scritto nel suo blog il leader del Pd. 

Il problema degli stranieri in Italia è una grave piaga, siano essi immigrati clandestini o semplici lavoratori che in tempi di globalizzazione ed Europa unita si muovono  in cerca di fortuna, lavoro e anche scambio.  La condizione dei migranti è ai limiti del disumano, come ha richiamato  anche l’Agenzia per il lavoro dell’Onu, che in un documento in tre pagine ha stigmatizzato che ”l’Italia discrimina i lavoratori immigrati, soprattutto i Rom, con forme di intolleranza, razzismo e xenofobia”.  E ha indicato quali responsabili i politici italiani “rei di usare una retorica aggressiva e discriminatoria nell’associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di ostilità e antagonismo nell’opinione pubblica”.

Il documento dell’Onu è stato inviato al ministro degli Esteri, ma Frattini respinge le accuse come “false”.  L’ Agenzia del lavoro dell’Onu ha già fissato un’audizione per giugno in cui l’Italia dovrà documentare cosa fa per gli stranieri più esposti.

Certamente nel nostro Paese  è mancata  una cultura vera dell’integrazione e delle cittadinanze e, al suo posto, ha attecchito una sorta di egoismo civico e un’ arroganza nazionalista per cui molti italiani pensano che si possa vivere chiusi nei propri  confini. Senza contaminazioni, che invece stanno facendo crescere, evolvere e innovare il resto del mondo senza eludere i disagi, le difficoltà e i rischi.

Basta sentire come ragionano molti giovani rispetto a giovani di altre nazionalità, soprattutto se di livello sociale più basso e di diverso colore di pelle. Oppure come sono considerate culture, abitudini e tipicità di altri Paesi. E ancora come non viene affatto considerata l’ipotesi di immaginare il proprio futuro, anche solo per un periodo, all’estero per conoscere e ampliare interessi. Di contro abbiamo l’importazione di manodopera, di uomini e donne al servizio dei nostri bisogni. Sono legittimate le figure della badante, della colf di colore, dell’operaio a basso costo, ma non gli individui umani che assolvono a questi ruoli. Con alcune eccezioni.

Non tutta l’Italia è così spietata e chiusa. Dove non arrivano la politica e i media si realizzano più facilmente scambi umani silenziosi e affettuosi, di gente che si vuol bene, che dà e riceve, che ospita ed è ospitata, che lavora e ottiene prestazioni efficienti. Ma ciò si realizza in quelle oasi di pace dove non arrivano i partiti, gli opinionisti, le telecamere, i poteri. E questo dovrebbe interrogarci sulle cause delle difficoltà delle integrazioni sotto le luci della ribalta.

Vi è poi la violenza che si aggira come un fantasma per l’Italia.  Indubbiamente una significativa percentuale di stranieri sbarcano nel nostro Paese per la facilità con cui si può fare ciò che altrove non è dagli stessi neppure pensabile. Dormire in strada, stare senza un lavoro, pretendere cure e assistenza, vivere di una carità che ha perso i connotati del dono ed è diventata una forma di ricatto, un’arma, una richiesta livida e gelida. Forse questo è l’aspetto che più mi ha colpito. Perchè vivendo a contatto con i poveri riconosco color0 che sono tali con amore e umiltà e coloro invece che hanno professionalizzato la povertà. Essi pretendono l’aiuto e lo hanno  pianificato come forma di sussistenza per fare case, ma anche una vita per loro benestante. Questo credo che sballi il mercato oltre a seminare zizzania tra le persone di popoli diversi.  Imparare un mestiere costa fatica e investimento, lavorare è un dono e un impegno, lavare i vetri o riciclare roba vecchia può rendere anche mille e cinquecento euro al mese, ma è una modalità di affrontare l’immigrazione che deve cambiare.

Ho suggerito ad alcuni extracomunitari come  rendere la loro attività  di lavavetri una forma di servizio al passaggero, così come ho sorriso a una giovane Rom che dopo aver lavato l’automobile ci disegnava sopra un bel cuore di sapone. Quel cuore, corredato da un sorriso bianco, è un servizio umano in un mondo frettoloso e sempre più sterile.

Insomma, non si può vivere sulle spalle della gente di un Paese che come altri attraversa una crisi occupazionale e deve assicurare assistenza, strade, ospedali, scuole, modernità.  E’ vero che l’Italia difetta soprattutto sul fronte della comunicazione soprattutto da parte delle istituzioni di rispetto umano e cultura dei diritti universali, ma ciò non legittima gli stranieri a fare i pirati in Italia.  L’immigrato, sia esso nomade, extracomunitario o regolare, deve pensare di rendersi intregabile se vuole essere  rispettato. Egli deve impegnarsi per trovare  ruolo e condizioni di vita dignitose per sè e accettabili per il Paese che lo ospita. Questo mi sembra importante non meno delle battaglie politiche spesso pretestuose sulla clandestinità.

2 Risposte

  1. Anche se i rumeni non sono più stranieri in questo paese…ma comunitari, ogni giorno qualcuno rimane senza lavoro. Gli uomini ci chiamano perché vogliono lavorare come badanti, sono disposti a fare qualsiasi cosa pur di lavorare, ma nessuno offre più loro, non ai romeni, una opportunità.

  2. Grazie per il tuo commento. Credo che ciò che descrivi dipenda in parte dalla crisi e in parte dalla cattiva comunicazione sui romeni. Però diciamo anche che i romeni sono arrivati in tanti in un Paese che attraversa una fase complessa e hanno cercato lavoro senza però organizzare la loro presenza. Soprattutto i Rom.

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