Al mercato dei Rom per capire la grazia

Sono appena tornata dal mercato domenicale di Calarasi, la cittadina della Romania dove vivo.  Il mercato è una piccolissima Porta Portese: un rettangolo di prato dove gli espositori mostrano la loro merce. Sono soprattutto Rom, zingari, perchè Calarasi è una delle città in cui essi si sono insediati. 

All’entrata del mercato ci sono i venditori di animali: maiali, tacchini, ma anche colombe e conigli sistemati nei portabagli delle vetture oppure liberi. Un uomo si appresta con la sua capretta bianca tenuta a una cordicella. La capretta  procede saltellando che pare un cagnolino al guinzaglio. Ci sono maialini rosa addormentati. Il tacchino è fermo impietrito sotto il sole già cocente. L’aria è profumata di odore di “mici”, le speciali salsicce romene che arrostiscono sulle griglie coi polli aromatizzati.

Il mercato è un filare di oggetti disposti a terra. All’entrata ci sono i generi alimentari. Patate bianche, sporche ancora di terra, pronte al consumo generoso che se ne fa nella cucina romena, in particolare in quella Rom, cucinate con lo stufato di carne. Poi ci sono i pomodori, i “rosi”, i peperoni gialli da fare ripieni di carne e riso, i cetrioli gustosi che abbondano in piccole montagne di verde lussorioso. Ci sono i sacchi di granturco per gli animali da cortile e i semi per il bestiame. Le donne pesano sulle bilance la merce e ripetono il prezzo ad altrettanti semplici contadini e famiglie zigane.  

E’ uno scambio tra umili e mi colpisce il passaggio delle mani. Sono mani di gente che non conosce la società del profitto, la modernità e lo sviluppo. Anzi da essi è fagocitata senza neppure rendersene conto. Perchè la globalizzazione, che pure è un processo irreversibile, ha cancellato a volo d’uccello le piccole dimensioni rurali e i focolai domestici di queste comunità contadine. La gente vende la terra, la casa, le attività agricole per spostarsi negli appartamenti delle città. Gli zingari resistono coi loro carri trainati dai cavalli da lavoro nei villaggi dove mancano ancora luce ed acqua per tutti. Essi sono limitrofi al progresso industriale e digitale seppure non mancano di ostentare grandi parabole sui tetti di lamiera ricamata dalle loro mani operose. Il  nomadismo non li ha mai inclusi nelle leggi e  costumi nazionali. I nomadi sono il vento e l’aria del mondo, liberi e transitanti, estranei ai governi ma interiori nei paesi che li ospitano. Sono l’anima della terra e, nonostante il peso schiacciante del nostro giudizio, essi sventolano il drappo del lato umano del vivere moderno.

Un tempo i Rom risalivano dall’India, passando per la Turchia, e con loro portavano il carico prezioso di merce e saperi iscritti in un profondo ancora inesplorato. Oggi patiscono nel trovare una nuova dimensione schiacciati tra Internet e le nuove comunicazioni, che hanno reso le loro  informazioni un linguaggio misterioso e una ricchezza  per lo più indecifrabile.

Circolano sui Rom troppe leggende. Una di queste dice che sono inclini all’appropriazione indebita. Chi pensa questo dovrebbe essere oggi al mercato di Calarasi per scrutare, come i miei occhi ansiosi, tra gli oggetti in esposizione e recitare un rosario di perdono.   Non c’è un solo oggetto tra quelli messi in vendita che possa essere stato sottratto con l’inganno e l’infamia. Forse ci sarà pure qualche rom che lo fa, ma io non li ha mai incontrati, per cui resto della mia opinione sulla verità  deformata per caricare sulle spalle di questo sconosciuto popolo le colpe e i reati delle avidità contemporanee.   

Gli oggetti esposti con la semplicità delle povere cose  dimostrano la pazienza, l’umiltà e  la sofferenza dei Rom. Perchè sono le cose trovate, pulite, alcune tirate a lucido, recuperate all’esistenza materiale. Ci sono i bulloni e le viti che scintillano gaie sotto il sole di luglio, pezzi meccanici pronti a rombare come i tromboni delle bande paesane, cose piccolissime, minute, infinitesimali, ferro cercato, trovato e lavorato per essere venduto per un pugno di ron, la moneta locale. Mi impressiona come la fervente attività di ricerca dei Rom, che anche io ho troppe volte deplorato, dia luogo a questo carnevale di cose che danzano sulle note vibranti e struggenti delle  “manele”.

Gli zingari hanno il colore dell’amore, che si diffonde come un velo di misericordia sulla terra sempre più arida per avvolgere la gente stanca e sfiduciata, oppure quella avida e indifferente, della lievità delle carezze degli angeli.

Le donne che vendono gli abiti usati hanno lo sguardo languido e gli indumenti sono come gemme  selezionate tra ciò che gettiamo. Ma lo sguardo religioso e soffice può all’improvviso incresparsi così come  gli occhi degli uomini lanciano segnali di buio.  Non è cattiveria. E’ rigore. Perchè i Rom conoscono il limite del bene e del male, vivono schierati su questo crinale.  Per noi, per aiutarci a non sbagliare. Provate a guardarli veramente dentro lo sguardo oltre i pregiudizi: essi vi rimproverano le vostre colpe e vi ricordano i vostri doveri. La carità è il dono che ci fanno di piegarci alla generosità verso il prossimo. Non siamo noi che abbiamo timore di loro, sono gli zingari che ci temono. E  quando chiedono, quando insistentemente ci esortano a rivolgere la vita verso la solidarietà e la partecipazione, soltanto dopo averci catturato nella parte buona del nostro animo essi addolciscono lo sguardo, che diventa lieve, prudente e pare dica al nostro cuore solitario “io ti proteggo”. Allora possiamo capire cosa è la  grazia.

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